Il Tirreno

L'INTERVISTA

Bartezzaghi: «Ora anche il Potere vuol fare satira, riconquistiamoci l’arte del ridere»

Mauro Zucchelli
Bartezzaghi: «Ora anche il Potere vuol fare satira, riconquistiamoci l’arte del ridere»

Il direttore del festival: non presento l’ennesima carrellata di comici, meglio proporre una riflessione ma con ironia e leggerezza

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LIVORNO. Stefano Bartezzaghi, anima del festival dell’umorismo, ha già appeso al collo il “pass”. Ma «non è valido», si è premurata di scriverci l’Organizzazione, cioè lui stesso. Un cortocircuito al limite del non-sense. Però se un senso non ce l’ha comunque arriverà: sarà quello del “ridicolo”, come da denominazione della kermesse da oggi a Livorno. «L’abbiamo fatto tutti – dice – l’aeroplanino col cucchiaio della minestra per far mangiare i nostri bambini sul seggiolone: a noi interessa solo che nostro figlio mangi, l’effetto collaterale è che il bambino vede un adulto mettersi in ridicolo».

È l’ultimo senso rimasto: se non c’è più decoro né pudore, e chissà se c’è il senso dell’autorità… «In realtà, il Potere talvolta punta a conquistare anche il contropotere: a far satira…».

Magari cercando il ridicolo: il senatore Razzi è uscito dall’anonimato così. «Guai dimenticare i finti lapsus di Emilio Fede per far passare messaggi di sponda...».

È un ribaltamento di questi tempi maldestri, avvelenati dal rancore. «È evidente una caduta dei freni inibitori, c’è un nuovo prestigio sociale dell’aggressività: sdoganata nel discorso pubblico, pagante in termini di audience».

Ma la beffa e lo sfottò possono essere l’antidoto? «Non sono così ottimista. Non dimentichiamo quant’è labile il confine fra ridere e deridere: Trump che fa il verso al giornalista disabile che gli fa domande scomode». La sinistra ride troppo cerebrale, la destra ride con la pancia: ma, di luogo comune in luogo comune, non dovrebbe essere alla rovescia? «Il riso di “pancia” è la risata popolare. Uno dei miei numi tutelari è Altan: ma direste che è di “testa” o di “pancia”? Entrambe, dico io: vogliamo tutto, dicevamo una volta. E Benigni in “Berlinguer ti voglio bene”, non era forse così?».

Nel cartellone del festival c’è anche un incontro con gli autori comici: quasi l’identikit di un mestiere. «A ognuno di noi capita di azzeccare una bella battuta che fa ridere gli amici. Ma un autore comico deve sfornarne a ripetizione: anche se gli è morto il gatto o il suo amore lo ha piantato. Ne parleranno autori come Stefano Andreoli (Quelli che il calcio): ci racconteranno come si fa».

Autori comici a parte, mai come quest’anno nel cartellone del festival ci sono psicanalisti, studiose di moda e di design, chansonnier, registi. Ma non volti comici… «Siamo un festival culturale di approfondimento, non una rassegna di comici. Si ride ovunque, e il mio mestiere non è fare concorrenza a Youtube o alla tv: offriamo una riflessione, magari sorridente, per capire cosa ci fa ridere. Come quando la vecchia zia racconta: è stato un bellissimo funerale, piangevamo tutti».

Però ora c’è un salto in avanti: viene premiata una comicità grassa, volgarotta. «Stiamo un po’ regredendo ai luoghi comuni di una volta: si pensi al rapporto uomo-donna, per certi aspetti c’è un revival degli stereotipi anni ’50».

Vedi alla voce: Zalone? « Zalone usa un doppio codice, direbbe Eco: da un lato, fa il meridionale maschilista che rimpiange l’Italietta corrotta e assenteista; dall’altro, lo mette in scena come parodia. Del resto, “Il nome della rosa” c’è chi riesce a leggerlo solo come un intreccio medievale e chi ha gli strumenti per decifrare i mille rimandi che ci sono».

Ma per ridere bisogna essere comunità, avere riferimenti impliciti comuni… «Il “bravo presentatore” di Arbore ci faceva ridere perché sfotteva l’era dei quiz ovunque in tv. Essere comunità sì, riferimenti comuni idem: la comicità parla al suo tempo. Di fronte ai fumetti di Alan Ford, mio padre mi diceva: ma cosa ci trovi di tanto divertente?».

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