Il Tirreno

Simenon oltre Maigret i suoi “romans dur” con i quali sognava di vincere il Nobel

Mario Baudino
Georges Simenon
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Georges Simenon

Da venerdì 27 settembre in edicola in abbinamento con “Il Tirreno” il primo volume della collana dedicata al grande scrittore

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“Il testamento Donadieu”, da domani in edicola con Il Tirreno a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano, inaugura la collana di venticinque romanzi di Georges Simenon che il nostro giornale propone ai suoi lettori nel trentennale della scomparsa dello scrittore. I successivi titoli usciranno tutti i venerdì fino al 13 marzo, sempre al prezzo di € 9,90.

MARIO BAUDINO

Georges Simenon nacque come tale, cioè apponendo finalmente il proprio nome sulla copertina dei libri dopo un diluvio di pseudonimi, insieme al commissario Maigret: nel 1931, con “Pietro il lettone”. Ma intanto scartò verso una sorta di vita parallela – almeno a suo parere – da «vero scrittore», pubblicando quasi in contemporanea “La locanda d’Alsazia”, primo di una lunga serie di romanzi non polizieschi: che non sarebbe riuscita certo a contrastare il commissario, destinato a diventare, come disse spesso l’autore, «un’ossessione», ma lo avrebbe quantomeno affiancato, per ben 54 volte. Il computo della sua immensa bibliografia dà come risultato 418 titoli, tra romanzi, testi autobiografici e un volume di critica letteraria. In questo mare, i «romans dur» – come li volle definire – sono forse una piccola isola; rappresentano però l’isola dell’anima.

Secondo il figlio John quei gialli rappresentarono il trampolino necessario per poter scrivere altre cose. Ce lo raccontò in una lunga conversazione, anni fa, aggiungendo che l’ultimo Maigret della serie edita da Fayard nelle intenzioni dell’autore non era destinato ad avere seguito. Era il 1934, e ci fu davvero una pausa. Poi arrivò la guerra, con le conseguenti difficoltà di pubblicazione, e fu giocoforza tornare al commissario. Ma quel che davvero gli interessava erano i romanzi-romanzi, fuori dal genere poliziesco e da un personaggio fin troppo amato dal pubblico. Li vedeva come il suo unico lavoro non commerciale, gli consentivano di non curarsi dell’accoglienza dei lettori.

«Quando mi metto al lavoro su un romanzo commerciale», spiegò negli anni Cinquanta alla Paris Review, «ci penso esclusivamente durante le ore dedicate alla scrittura»: sempre poche e concentratissime, com’è noto. Era velocissimo, scriveva un giallo in pochi giorni – la media era 11 – fumando e bevendo, perdendo ogni volta almeno un chilo e mezzo di peso. Ma quando era alle prese con un roman dur, allora ci pensava anche nelle pause, viveva «come un monaco», non parlava con nessuno, non alzava il telefono. È noto l’aneddoto probabilmente apocrifo di una chiamata da parte di Orson Welles. La segretaria rispose che il maestro stava scrivendo un nuovo libro, e dunque non poteva rispondere. «Non importa, aspetto in linea», avrebbe replicato il regista.

Certo è che Simenon aveva ben chiara in mente la differenza tra i due tipi di lavoro. La stessa che esiste, spiegò, tra dipingere un quadro destinato ai collezionisti e dedicarsi a schizzi preparatori per il proprio piacere o quello degli amici. I «romanzi duri», benché spesso abbiano a che fare con un cadavere, hanno una loro identità inconfondibile. Innanzi tutto sono molto più lunghi e articolati dei gialli, e nonostante la scrittura sempre scabra e in apparenza semplice, o la secchezza fulminante dei dialoghi, hanno in più una segreta ricchezza di simboli e metafore, un’attenzione alle atmosfere e al paesaggio resi davvero come in uno schizzo, con pochi efficaci tratti di penna; un’orchestrazione complessa e una tavolozza stilistica molto ampia. Chino su di essi sognò il Nobel, che gli sfuggì, anche se nel ‘47, l’anno in cui ci arrivò più vicino, toccò a André Gide, suo grande ammiratore. E compose una sorta di epica del conflitto tra uomini e donne, tra famiglie, tra gruppi sociali, avvicinata, quando la critica finalmente se ne accorse dopo una lunga diffidenza, a due giganti come Conrad e Balzac, peraltro i suoi maestri.

Lo dimostra bene il primo titolo in edicola domani col giornale: “Il testamento Donadieu” (1937). Racconta la caduta di una possente famiglia di La Rochelle, clan borghese ordinatissimo e cupo che alla domenica, andando in chiesa, forma «una processione dove l’unico assente era il buon Dio». Ma un arrivista rovinerà tutto, e degli orgogli, degli egoismi, del potere e del denaro, alla fine nulla resterà.

Fu sulle prime accolto freddamente. Un critico si chiese se mai Simenon sarebbe riuscito a sbarazzarsi del vincolo della morte violenta, o se c’era davvero una potenza visionaria ancora da liberare. Ora, e non da ieri, sappiamo che quella potenza non solo c’era, ma già si stava sprigionando; con una forza spietata.

I Venticinque romanzi di Georges Simenon:

1) Il testamento Donadieu (27 settembre 2019)

2) Lettera al mio giudice (4 ottobre 2019)

3) La verità su Bébé Donge (11 ottobre 2019)

4) La camera azzurra (18 ottobre 2019)

5) La vedova Couderc (25 ottobre 2019)

6) Corte d’Assise (1 novembre 2019)

7) Betty (8 novembre 2019)

8) Le finestre di fronte (15 novembre 2019)

9) Tre camere a Manhattan (22 novembre 2019)

10) Il viaggiatore del giorno dei Morti (29 novembre 2019)

11) I Pitard (6 dicembre 2019)

12) Il clan dei Mahé (13 dicembre 2019)

13) Senza via di scampo (20 dicembre 2019)

14) La finestra dei Rouet (27 dicembre 2019)

15) La fuga del signor Monde (3 gennaio 2020)

16) Le signorine di Concarneau (10 gennaio 2020)

17) Il grande male (17 gennaio 2020)

18) Il passeggero del Polarlys (24 gennaio 2020)

19) I fantasmi del cappellaio (31 gennaio 2020)

20) Il primogenito dei Ferchaux (7 febbraio 2020)

21) Pioggia nera (14 febbraio 2020)

22) Il fidanzamento del signor Hire (21 febbraio 2020)

23) L’orologiaio di Everton (28 febbraio 2020)

24) Il gatto (6 marzo 2020)

25) I clienti di Avrenos (13 marzo 2020)

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di Redazione web