Il Tirreno

Il festival dello sberleffo alza il sipario venerdì nella cittadella delle burle

Mauro Zucchelli
Il festival dello sberleffo alza il sipario venerdì nella cittadella delle burle

Torna (dal 27 al 29) a Livorno la kermesse dell’umorismo firmata da Stefano Bartezzaghi. Nella città del Vernacoliere si svelano i meccanismi dell’ironia: sul serio ma con leggerezza 

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LIVORNO. Cercate la battutina da sabato sera tv o il gancio per tirar fuori uno sghignazzaccio? Andatevene altrove, il festival dell’umorismo non fa per voi: niente gallery di comici da scaraventare sul palco l’uno dopo l’altro come in un caravanserraglio della risatona grassa, facile e pop. E nemmeno però stiamo parlando di un dito convegno di accademici capaci di spaccare il sorriso in quattro, come se volessimo guardare Checco Zalone con gli occhi da teoreta di Bachtin. Eppure nel menu del “Senso del ridicolo”, la kermesse che tiene banco nel cuore antico di Livorno nel weekend che verrà (da venerdì 27 a domenica 29), ci sono sì pure gli intellettuali e perfino si ride, anzi si ride parecchio. Con intelligenza e con leggerezza, senza aver paura di mettere queste attitudini l’una accanto all’altra lasciandole rosolare a fuoco lento per vedere l’effetto che fa.

Lo "chef" Bartezzaghi 

Il paragone salta fuori da sé in quest’era di chef superstar: il “cuoco” è Stefano Bartezzaghi, condannato da una vita a essere presentato come “il figlio di”, visto che il padre era quel mito del Bartezzaghi del cruciverba sulla “Settimana Enigmistica”. Eppure è pure lui in prima persona un “architetto di parole”, anzi forse un giocoliere se è vero che è prof universitario di semiotica allo Iulm ma anche giornalista maestro di giochi di parole.

La terza via del sorriso

Neanche fosse un Anthony Giddens qualsiasi, potrebbe essere l’inventore della “terza via” che riesce a richiamare ogni fine estate sotto il tendone di piazza del Luogo Pio migliaia di ragazzi e ex ragazzi semplicemente per ascoltare un tipo che seduto sul sofà (o su uno sgabello) che scansa le battute a cottimo così come la verbosità prolissa: racconta di sé con grazia, ironia e saggezza senza menarsela come fosse un padreterno.

Figurarsi che, a metterli alle strette, gli organizzatori – non solo l’équipe di Bartezzaghi ma la Fondazione Livorno e la “gemella” Fondazione Livorno Arte Cultura, guidate l’una da Riccardo Vitti e l’altra da Luciano Barsotti – lo definiscono come «un safari». E come aggettivi? «Divertente ma non futile». Ma un safari come? In realtà, «gli animali esotici da fotografare e conoscere siamo noi stessi».

Non è un caso che l’accento sia stato messo sull’arte del raccontare storie. Ad esempio, con Ascanio Celestini: davanti all’ex chiesetta del Luogo Pio, ora tempio consacrato all’arte contemporanea, il suo teatro di narrazione lo porterà a navigare nel “grado zero” del racconto popolare: le barzellette. Idem per Matteo Caccia, altra tempra di raccontastorie ma per il tramite della radio: in questo “safari” antropologico va sì a caccia di personaggi ma stavolta più per farli raccontare che per raccontarli.

La stagione dei festival

Non l’ha inventata Bartezzaghi, la formula: ce ne sono esempi illustri a Sarzana (col “festival della mente”), a Pistoia (con i “Dialoghi sull’uomo”), a Mantova o Pordenone (con le kermesse di libri e letteratura), a Trento (economia), a Piacenza (diritto), a Modena (filosofia), a Torino (spiritualità) e via elencando.

Niente a che vedere con i talk show televisivi dove si pensa che, per tenere incollati gli spettatori al teleschermo, la ricetta magica sia la rissa gaglioffa o la cafonata sesquipedale: se è il protagonista è uno solo, il monologo in genere riesce a scappare dalle insidie della “lectio magistralis” buona solo per tipi addottorati; se invece è costruita come un dialogo, si tratta comunque di uno scambio fra complici o compagni d’avventure invece che scazzottate sul ring occhieggiando all’elettore.

La patria della satira

Ma Bartezzaghi ci ha messo del suo: dove altro potreste parlare di satira e ironia se non a Livorno? E’ la patria del Vernacoliere e della beffa delle false teste di Modì, questo lo sanno tutti. In effetti, è uno dei rari casi in cui il festival parla anche della città che lo ospita. C’è un filo rosso che cuce l’edizione di quest’anno a quelle precedenti: a cominciare dal repertorio che nel 2016 aveva catalogato passato in rassegna i “matti” di Livorno (anticipato però dalla realtà, visto che lo “sceriffo”, simpatico e stralunato, due anni prima si era imbucato a Palazzo Civico ed era stato il mattatore alla presentazione della nuova giunta). E se lo scorso anno erano stati la giornalista Concita De Gregorio e lo scrittore-musicista Simone Lenzi (ora assessore alla cultura) a disegnare lo spirito labronico alla prova dell’ “esilio” di chi ha fatto la valigia, stavolta tocca ad un’altra giornalista (Eva Giovannini) e a un altro scrittore-musicista (Bobo Rondelli) provare a definire la “maledizione” dell’esser livornesi, in scia con quel che fece Malaparte con i toscani.

Il sogno di Grillo

C’è da dire però che non figura in cartellone il sogno di Bartezzaghi confessato al Tirreno lo scorso anno: portare al festival Beppe Grillo, un po’ comico e un po’ leader politico, nell’ex cittadella rossa finita in mano ai Cinque Stelle. Chissà se il sogno è finito nel dimenticatoio, se Grillo ha detto no o se ci hanno messo lo zampino gli elettori bocciando la giunta M5s alle elezioni di giugno.

Cosa offre il festival? Giocando sulla mania delle cifre, la riassumono così. Diciotto: sono gli appuntamenti «per capire come, quando e perché ridiamo». Venti: sono le ore in cartellone «tra spettacoli, incontri e dibattiti». Ventidue: sono i protagonisti che «parleranno in 4 diversi contesti».

Il puzzle e lo zigzag

Non c’è una gerarchia, ciascuno il puzzle del festival se lo costruisce da sé zigzagando come vuole fra gli eventi previsti in piazza del Luogo Pio fra il tendone postmoderno e i Bottini granducali. Ma certo che ha un sapore del tutto particolare l’unico appuntamento in quel gioiello che è il teatro Goldoni. Un doppio “spettacolo”: sul palcoscenico, con Silvio Orlando che racconta sé stesso e la sua straordinaria capacità di camaleonte della scena; girando gli occhi all’insù, sperando che sia svelato il tetto di vetro al di là del quale ammirare il cielo di stelle in un sabato notte di luna nuova. Ma questa è già un’altra storia. —


 

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