Attenzione
Una dichiarazione d’amore al cinema
In “C’era una volta a... Hollywood” c’è tutto il Tarantino-pensiero, uguale a se stesso e diverso
recensione
Partiamo dalla camicia hawaiana gialla di Brad Pitt, sul grande schermo Cliff Booth, stuntman-autista-tuttofare alle direttive di un attore in declino. 10 anni di collaborazione e amicizia. L’uno residente in una villa sulle colline di Bel Air, l’altro appoggiato in una roulotte dove l’aspetta un cane fedele quanto lui. La camicia hawaiana, quintessenza di un film che ammorba la sala del “Tarantino pensiero”, mai così uguale a se stesso eppure diverso da ogni altra storia precedente. Il suo cinema stimola il lato feticista dello spettatore, che resta attaccato ogni volta alla visione sineddotica, che sia il caschetto nero e liscio di Uma Thurman in Pulp Fiction, la tuta epidermica color oro della stessa in Kill Bill o, appunto, un’improbabile camicia hawaiana.
Le critiche a “C’era una volta a… Hollywood” sono molteplici. C’è chi parla di opera autocompiaciuta di un regista interessato unicamente a se stesso. Non solo. I 161 minuti del racconto vengono talvolta giudicati eccessivi a fronte di un film che deflagra soltanto negli ultimi 20. Non siamo d’accordo. Certamente vi si ritrova molto della teoria tarantiniana, compresi personaggi bizzarri e dialoghi deliziosamente snervanti. Presenti anche il citazionismo e autoreferenzialità di un autore immensamente innamorato del cinema. Ed è questo, e nient’altro, il nuovo film di Tarantino, autentica dichiarazione d’amore all’arte nella sua essenza primordiale, fatta di emozione e mito, conoscenza ed esperienza, e verità. Una verità che, tuttavia, il regista fa propria, mescolando – come mai prima – realtà storica a metacinema.
Siamo nel 1969 a Los Angeles e seguiamo ansie e speranze di Rick Dalton, star della televisione in declino, accompagnato fedelmente da Cliff Booth. Il divo al crepuscolo, che poi si riadatta a star degli spaghetti western, vive in una villa a Bel Air e ha come vicini di casa Roman Polanski, reduce dal successo di “Rosemary’s Baby”, e la di lui moglie, la bellissima e promettente attrice Sharon Tate, pericolosamente sulla strada della sanguignaria setta di Charles Manson. Tarantino si prende tutto il tempo e, dopo un omaggio nostalgico e romantico alla settima arte (anche italiana), nel quale rievoca, tra manifesti e spezzoni veri o falsi, scritte al neon, il cinema alto e basso, icone e B-movie, crea la versione alternativa dell’eccidio di Cielo Drive, mettendo in scena due assurdi cavalieri erranti che, in un grand guignol liberatorio, salvano il sogno di un’epoca e il potere salvifico dentro la macchina da presa. –
Francesca Lenzi
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