Sicurezza
La bollicina sembra uno spritz il vino “brioso” è di gran moda
I “Pet Nat” sono nati in Francia e sono diventati una mania pure in Italia E anche i produttori toscani puntano sulla rifermentazione in bottiglia
Metodo classico o Martinotti? No, ancestrale... Una parola che evoca tradizione, ma che in realtà incarna la moda enoica del momento, la “pet nat” mania. Una bollicina, spesso rosa, in cui il vino viene rifermentato in bottiglia sur lie, cioè sui suoi lieviti, proprio come una volta. Vinificazione che comporta una consistenza un po’ torbida, con un fondo depositato in bottiglia, ma anche tanta leggerezza e voglia di giocare. Pionieri di questa tendenza che sta attraversando tutta la penisola, i francesi. Ma i calici nostrani hanno poco da invidiare ai cugini d’Oltralpe, merito dell’esperienza di molti produttori navigati.
Risultato? Vini ricchi di brio, semplici da bere grazie alle basse gradazioni, colorati e disimpegnati. Ideali per un pic nic sur l’herbe alla Manet, per una festa in famiglia o per un aperitivo leggero che preluda a una cena più sostanziosa. E in Canada e negli Stati Uniti c’è chi rifermenta l’uva in blend con il sidro di mele. «È un po’ come una birra o uno spritz – spiega il giovane produttore toscano Matteo Giustiniani, enologo della sua Fattoria Sardi in Lucchesia – Nel 2015 ero a New York per lavoro quando un ragazzo francese propose un pet nat molto divertente che mi colpì. Tornato a casa dissi a mia moglie Mina, perché non facciamo un pet nat col nostro Trebbiano, che è fresco, giovane e con basso grado zuccherino? Detto fatto». Oggi Fattoria Sardi produce due bollicine con metodo ancestrale, il Trebbiano in purezza e un blend con il Moscato d’Amburgo, per un totale di 4800 bottiglie che vanno a ruba in Nord Europa e Canada. «In bottiglia il vino evolve: maturando sui lieviti, sviluppa un bel bouquet e non si ossida – aggiunge Giustiniani – È naturale, pulito e sano» .
Non ha bisogno di giochi di prestigio Nadia Verrua, talentuosa produttrice di Cascina Tavijn a Scurzolengo (Asti), tempio dei vini naturali del Piemonte. «Esplosivo» , come lo definisce lei stessa, e rock il suo Mostro, bollicina ancestrale di Grignolino. «Ho puntato su quest’uva perché rappresenta la storia del territorio – dice Verrua – Da noi una volta a rifermentare in bottiglia era la Barbera. Ma io propongo qualcosa di diverso: piacevole, bevibile, con un prezzo giusto, 15 euro in enoteca» . Ironico anche nell’etichetta. Perché “Mostro”? «È un gioco di parole con mosto» , sorride Nadia. Ma occhio alla stappatura, il Grignolino si mostra scoppiettante. Non sfugge al metodo ancestrale la blasonata Bolgheri: qui le coraggiose Donne Fittipaldi danno vita a un croccante Malbec. Mentre a Casale Marittimo è Rocco Toscani il re dei per nat: il suo Lolì di Syrah seduce con effervescenza profumata ed è perfetto in cocktail col vermouth. Doppio fondo anche per molti prosecco lasciati rifermentare in bottiglia, anche se non tutti sono d’accordo. «La presenza dei lieviti in bottiglia condiziona la struttura e offusca gli aromi della Glera – dice Alberta Follador, sorella di Silvano, titolari dell’omonima azienda veneta – Noi preferiamo esprimere la delicatezza e le sfumature dell’uva» . Insomma, pet nat sì o no? Risponde Filippo Bartolotta, wine expert internazionale, già sommelier per Barack Obama. «Siamo di fronte a una moda – dice l’esperto – Ciò che rende i pet nat accattivanti è la facile beva e l’aspetto da soft drink. Sono figli dei millennials e delle loro abitudini». —
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