Il Tirreno

Bill Gates: «Sanità, clima, istruzione e tutela della donna le chiavi per diminuire la disuguaglianza»

Paolo Mastrolilli
Bill Gates: «Sanità, clima, istruzione e tutela della donna le chiavi per diminuire la disuguaglianza»

Il fondatore di Microsoft presenta il terzo rapporto della sua fondazione sullo stato del mondo 

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La disuguaglianza globale è un’emergenza che si può affrontare e risolvere, nei paesi in via di sviluppo come in quelli più ricchi, lavorando su quattro punti chiave: sanità, istruzione, discriminazione delle donne e cambiamenti climatici. Sullo sfondo di questa campagna, è fondamentale il dibattito in corso anche in Italia riguardo la progressività del sistema fiscale, allo scopo di raccogliere le risorse necessarie da investire nel superamento delle disparità, che condizionano il successo delle nostre vite a partire dal luogo in cui nasciamo. A dirlo è Bill Gates, nel corso della conference call tenuta con un gruppo di giornalisti per presentare il 2019 Goalkeepers Report, che la Fondazione intitolata a lui e alla moglie Melinda pubblica ogni anno alla vigilia dell’Assemblea Generale dell’Onu, per verificare il raggiungimento dei Sustainable Development Goals.

«Questo - spiega il fondatore della Microsoft ormai interamente dedito alla filantropia - è il nostro terzo rapporto. Stavolta lo abbiamo dedicato alla disuguaglianza globale. Progressi significativi sono avvenuti in quasi tutti i paesi su due questioni chiave, come la riduzione della mortalità infantile e l’aumento degli anni di frequenza scolastica. Però la disuguaglianza resta forte».

«Mezzo miliardo di persone vive ancora in comunità senza accesso a questi servizi basilari. Dove nasci e il tuo genere continuano ad avere un grande effetto sulla disuguaglianza globale, anche all’interno dei singoli paesi. Le differenze tra i sessi restano forti: le ragazze sono più soggette alla violenza, e hanno meno opportunità di istruzione e lavoro. Bisogna investire sulla prossima generazione. Se non acceleriamo i progressi, il gap si allargherà. Bisogna lavorare sulla sanità, i vaccini, le nuove tecnologie che aiutano a capire come i servizi raggiungono le persone. I cambiamenti climatici avranno un pesante effetto soprattutto sui paesi delle regioni equatoriali e tropicali, che non hanno impatto sulle emissioni dei gas, e quindi oltre che sulla mitigazione, è necessario aiutare l’adattamento».

Qual è la definizione una buona scuola?

«In passato la priorità era l’accesso. È il primo passo e abbiamo fatto progressi, ma ora abbiamo capito che non basta, senza un focus sulla qualità. Molti bambini non imparano le capacità basilari di matematica ed alfabetizzazione necessarie a lavorare. Ora sappiamo che per risolvere il problema bisogna investire sulla qualità degli insegnanti, e gli strumenti tecnologici per facilitare il loro lavoro e misurare i risultati. È possibile farlo senza aumentare i costi del sistema».

Che impatto avrà il clima sulla disuguaglianza?

«È uno dei venti contrari che rendono il nostro lavoro più difficile, in particolare per l’agricoltura di sussistenza e le zone costiere esposte all’innalzamento dei mari. Attraverso la Global Commission on Adaptation abbiamo pubblicato un rapporto che dimostra come investendo 1,8 trilioni di dollari sull’adattamento nel corso del prossimo decennio l’umanità guadagnerebbe 7,1 trilioni di benefici. Si può fare, ad esempio fornendo semi più resistenti alla siccità. È difficile prevedere con esattezza quali saranno gli effetti, perché i cambiamenti climatici aumentano anche i rischi di instabilità e guerre. Se faremo le cose giuste, però, potremo evitare un impatto su progressi fondamentali ottenuti, come il dimezzamento della mortalità infantile da 10 a 5 milioni. I goal sono buoni; il nostro contributo ora deve essere la realizzazione dei piani concreti, inclusi quelli per centrare l’obiettivo di zero emissioni entro il 2050».

Qual è la chiave per riuscirci?

«La sfida è la qualità della governance. Abbiamo gli strumenti tecnologici per far comunicare le persone con gli esecutivi, replicare ciò che funziona, e aggiustare ciò che non va bene».

La disuguaglianza è un’emergenza anche nei paesi ricchi. Avete imparato qualcosa che può aiutarci a risolverla?

«Studiando la sanità, ad esempio, abbiamo raccolto dati sui paesi di tutto il mondo, scoprendo fatti importanti. La riduzione del fumo è correlata al reddito, perché in generale esiste una disparità nella penetrazione dei messaggi relativi alla cura del corpo. Così il cancro sta diventando una malattia prevalente tra i più poveri. La Fondazione ha compiuto studi sulla mobilità e la riduzione della disuguaglianza, o come aiutare gli insegnanti ad avere più feedback sull’efficacia del loro lavoro. Se dai sostegno ai giovani tra i 14 e 15 anni, le probabilità che non lascino la scuola e vadano all’università aumentano sensibilmente. Paesi come quelli scandinavi hanno ottenuto risultati importanti contro la discriminazione di genere, potenziando il child care e garantendo più spazio per le donne nelle professioni. È possibile farlo, e per raccogliere le risorse necessarie è decisivo il dibattito sulla progressività del sistema fiscale. Speriamo che alcune democrazie diano l’esempio, spingendo le altre a seguirle. Esistono studi molto precisi su come riuscirci, io incoraggio l’Italia ad approfondire le best practice in questo campo».

Gli Stati Uniti stanno contribuendo a ridurre le disuguaglianze?

«Gli impegni presi per gli aiuti all’estero sono stati mantenuti: non sono aumentati, ma neppure diminuiti. In alcuni settori, come i fondi per la lotta all’Aids, gli Usa restano di gran lunga il paese leader, tanto al livello dei programmi bilaterali, quanto quelli multilaterali come il Global Fund, dove danno un dollaro per ogni due dollari donati dagli altri paesi. L’istruzione è gestita a livello distrettuale e statale. Ci sono molti esperimenti che potrebbero essere adottati a livello nazionale, tipo le charter school, ma la percentuale di abbandono della scuola superiore del 17% è ancora troppo alto, e colpisce soprattutto le famiglie a basso reddito e delle minoranze. Molte cose positive sono state fatte, come la riduzione della mortalità infantile al 2%, ma esistono ancora troppe differenze legate alla geografia e al sesso». —


 

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