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Un docufilm rende giustizia ai B-movie di Piero Vivarelli

Fabio Canessa

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La recente Mostra di Venezia ha reso omaggio a un regista toscano geniale e sottovalutato, il senese Piero Vivarelli, eclettico protagonista del cinema e della canzone degli anni Sessanta e Settanta. Fu lui a scrivere “Il tuo bacio è come un rock” e “24 mila baci” nonché a scoprire come attore Adriano Celentano; fu lui a scrivere “Django” il western prediletto da Tarantino, fu lui a iniziare il cinefumetto con “Satanik” e a lanciare il filone erotico di ambiente esotico.

Fu regista di Totò e fece debuttare Pupi Avati come suo aiuto. Ma ebbe soprattutto una vita folle e avventurosa, come il cinema italiano di quegli anni: da giovane militante della Decima Mas diventò di estrema sinistra fino a iscriversi poi al Partito comunista cubano. Libertario e antiproibizionista, ebbe una vita sentimentale frenetica, accanto a donne bellissime, con mogli e amanti varie in contemporanea. A raccontare il tutto ci hanno pensato Fabrizio Laurenti e Niccolò Vivarelli (nipote di Piero), autori di “Life is a B-movie” presentato appunto a Venezia. Un documentario che dimostra quanto la vita e i film di Vivarelli siano intrecciati indissolubilmente tra loro.

Ne emerge il ritratto di un rivoluzionario a tutto campo: nella musica, con l’esplosione del rock italiano e del mondo giovanile, nella politica, con le scelte estreme e antiborghesi, nel cinema, con la sperimentazione di tutti i generi, e nell’erotismo, con la liberazione sessuale delle varie Emmanuelle. Un carattere che gli deriva dall’origine toscana, secondo il nipote, che ricorda la rabbia dello zio dopo i bombardamenti su Siena, la città natale a cui era rimasto sempre legato: «Da Siena ha ereditato l’indole anticonformista – dice –Niccolò Vivarelli – e da Siena e dal Palio è nata anche l’idea del fango di cui volle cospargere il villaggio western di Django». Etichettato come regista di serie B in un’epoca in cui l’Italia produceva più di 350 film all’anno, Piero Vivarelli fu in realtà un artista complesso e colto, amico di Goffredo Parise e Oriana Fallaci, Mario Soldati e Fidel Castro, Mina e Chet Baker. Per ricostruirne l’identità, dice il regista Laurenti, «questo film ci è costato cinque anni di lavoro». Per quanto riguarda il titolo, ci tengono a precisare gli autori, «B-movie non significa di serie B, ma a basso budget, per evidenziare il merito di un cineasta che sapeva sopperire agli scarsi mezzi con la creatività».

Poi l’esistenza di Vivarelli fu amareggiata da disgrazie, come la morte del giovane figlio Alessandro, a confermare, sottolinea Gabriele Salvatores in una delle interviste contenute in questa bellissima cinebiografia, che «la vita non è mai un film d’autore, ma di serie B».

Dopo l’uscita nelle sale, in ottobre, il film, prodotto da Tea Time, sarà programmato da Sky Arte. —

Fabio Canessa

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