Il Tirreno

Lo chiamavano Bud Spencer: nuoto e western, i volti di un mito

Fulvia Caprara
Bud Spencer (1929-1026) in uno dei suoi film
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Bud Spencer (1929-1026) in uno dei suoi film

Napoli dedica a Palazzo Reale una vasta esposizione multimediale all’attore, la sua voce in sottofondo ci guida alla scoperta dell’uomo e dell’artista

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NAPOLI. La sua regola di vita, esposta insieme a premi, abiti, copioni originali, oggetti di scena, fotografie, libri, perfino le ricostruzioni Lego delle scenografie di alcuni dei film più celebri, era sempre stata “futtetenne”. Ovvero fregatene. Eppure di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, si può dire esattamente il contrario, e cioè che sia stato un benefattore, venerato per la sua capacità spontanea di infondere ottimismo e buonumore. «Mio padre – riflette il figlio Giuseppe – interpretava commedie e film leggeri, evidentemente la sua naturalezza colpiva la gente. Non si considerava attore perché gli attori interpretano ruoli diversi e lui, invece, diceva: “Devo essere me stesso, nessuno sa esserlo meglio di me”».

Da oggi a Napoli, a Palazzo Reale, una mostra ne celebra il mito e la sua straordinaria persistenza, non solo per via dei fan club sparsi nel mondo (per l’inaugurazione è arrivato quello di Dresda, una squadra di signori con maglietta nera) e neanche perché, ancora adesso, le pagine social a lui dedicate raccolgono like come se fosse vivo. Il punto è che Bud Spencer, senza deciderlo e forse senza rendersene conto, ha cancellato le barriere del tempo: «I nipoti guardano i suoi film con i nonni, i genitori con i figli. Unisce le famiglie, uno scopo importante, di cui oggi si sente forte la necessità».

I diversi aspetti della vita di Pedersoli, privata, artistica, sportiva, si fondono nel percorso di una mostra che inizia in piscina, lì dove l’attore aveva conosciuto i suoi primi successi di nuoto e pallanuoto, e prosegue – con la sua voce in sottofondo – nelle ricostruzioni dei set, tra selle di cavalli e saloon da vecchio West con tavoli apparecchiati: «Mangio dunque sono – dice – Perché non solo siamo quello che mangiamo, ma se non mangiamo non siamo, e non pensiamo». Non a caso il fedele compagno Terence Hill (assente giustificato all’inaugurazione, per motivi di lavoro) dedica il suo intervento, nel volumetto che accompagna l’esibizione, al rito della pausa pranzo sul set, con i due protagonisti uno di fronte all’altro nella roulotte di Bud, davanti alla scodella fumante colma di spaghetti al pomodoro: «Dopo, a pancia piena, dormivamo di un sonno sereno, finché non bussavano alla porta e urlavano “pausa pranzo è finita”». A differenza di tante coppie dello spettacolo, tra Bud e Terence, non c’è mai stata ombra di dissidio: «Potevano nascere naturali gelosie – dice Pedersoli – ma non è successo. A Terence vogliamo tutti bene, siamo rimasti legati, con affetto e rispetto».

Uomo di cinema dalle molteplici passioni (compresa quella per il volo)Carlo Pedersoli è stato «un padre non molto presente nella nostra infanzia, diciamo che sull’educazione mia madre ha inciso molto. Però, quando arrivava lui, era come vedere Babbo Natale. Non era mai austero, anzi, era un padre moderno, dinamico, curioso, non aveva durezze, ci teneva a essere amico oltre che genitore». Alla mostra, curata da Umberto Croppi hanno collaborato la vedova Maria Amato e tutti i figli, Giuseppe, di mestiere produttore, Cristiana e Diamante Pedersoli: «Siamo una famiglia molto unita».

Dalla pubertà, racconta un capitolo della monografia, Carlo Pedersoli era uscito con «un metro e 90 di altezza, 90 chili di peso, e un’ampiezza toracica di un metro e 14». Quel fisico bestiale, quella capacità di assestare con precisione caterve di schiaffi e cazzotti, appartenevano, per contrasto, a un uomo mite, pronto a emozionarsi: «Ricordo la sua riconoscenza nei confronti di Ermanno Olmi, che lo aveva chiamato per recitare in “Cantando dietro i paraventi”. L’offerta lo aveva lusingato, l’esperienza insieme era stata bellissima, erano due persone mature, ma anche piene di energia». Sulla Tshirt che pubblicizza l’esibizione c’è scritto “meno influencer più Bud Spencer” e, per una volta, si può dare ragione a uno slogan.

 

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