Sicurezza
A 70 anni il Boss guarda indietro e si racconta con le immagini
Presentato al festival di Toronto “Western stars” opera prima di Springsteen da regista
il film
Cosa accade quando la grande rockstar «nata per correre» si ferma, dopo oltre quarant’anni di una carriera costellata di successi, e si guarda indietro? La risposta è in “Western stars” il film che ha avuto ieri la sua prima mondiale al festival di Toronto e con cui Bruce Springsteen, che il 23 settembre compirà 70 anni, debutta alla regia insieme all’amico fidato e archivista personale Thom Zimny.
Il film ha lo stesso titolo dell’ album, uscito in giugno, in cui il Boss ritorna al passato con sonorità ispirate agli anni ‘60 e ‘70 e arrangiamenti da lui stesso definiti cinematici che non potevano dunque non finire in pellicola. Nella febbre hollywoodiana del biopic musicale, che dopo Freddie Mercury ed Elton John si appresta a celebrare Judy Garland, Aretha Franklin e probabilmente Elvis Presley, Bruce però va controcorrente (quale attore d’altronde potrebbe incarnarlo? «Non ne ho idea» ci confessa) e sceglie la via del ritratto intimo in musica: «All’inizio avevamo pensato a un documentario più tradizionale in cui avremmo parlato di quanto è bello collaborare insieme, insomma quel che si fa di solito in questi casi - spiega Springsteen - ma ci siamo resi conto che non funzionava e così una sera in due ore ho scritto la sceneggiatura di questo film: ho pensato che avrebbe avuto senso introdurre le canzoni per spiegare ancora di più cosa è questo album. In qualche modo questo film completa la trilogia avviata col mio libro e con lo spettacolo Springsteen on Broadway».
In “Western stars” il gioco di specchi tra l’artista e le sue canzoni diventa rivelatore dell’uomo e del suo viaggio nell’esistenza, in un bilancio pieno di chiaroscuri: «Questo album è espressione della tensione costante che ci accompagna tra la libertà individuale e la vita in comunità con gli altri», spiega Springsteen, mentre sullo schermo scorrono immagini di cavalli nel deserto di Joshua Tree, strade polverose e un’auto con il cantante alla guida per fuggire da una delusione e alla ricerca di un domani ancora da scoprire. «Scrivo di auto, per me sono da sempre una metafora della vita, un tempo erano simbolo di libertà, oggi forse un po’ meno - dice il Boss - anche se ci permettono sempre comunque di muoverci da un luogo all’altro».
Il concerto è stato registrato nel fienile centenario della fattoria del New Jersey di Springsteen dove il cantante con la moglie Patti Scialfa e un’orchestra di fiati e archi ha tenuto un’esibizione privata per alcuni amici. Se è vero che tutti gli altri album del Boss possono essere ascoltati mentre si sfreccia su una polverosa highway, quest’ultimo sembra essere stato concepito per risuonare attraverso il dolby surround di una sala cinematografica immersa nel buio: le note di “Hello Sunshine, there goes my miracle” arrivano strabordanti in un film che è un’esperienza soprattutto sonora, mentre le parole di Springsteen squarciano l’illusione di un mondo di perfetta armonia con storie di personaggi che, come lui, sono riusciti a rimanere in piedi, nonostante le tante batoste della vita. —
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