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Le “vedute” di Bellotto alla Ragghianti: un viaggio in Toscana attraverso i quadri
Lui, nipote di Canaletto, aveva lavorato a lungo nella bottega del famoso zio. Fra le sue opere ecco Livorno, Firenze, Lucca
VENEZIA. Se quando andate in un museo il primo posto che visitate è lo shopping, non dovete sentirvi in colpa. L’arte come oggetto da merchandising non è scoperta della contemporaneità, come dimostra l’esperienza toscana di Bernardo Bellotto, pittore veneziano del Settecento che sarà protagonista dal 12 ottobre al 6 gennaio di una grande mostra alla Fondazione Ragghianti di Lucca, intitolata “Bernardo Bellotto 1740. Viaggio in Toscana”.
Esposte nelle sale del complesso di San Micheletto, diretto da Paolo Bolpagni, ci saranno quadri e disegni preparatori fra i più famosi di Bellotto: vedute di Firenze, Livorno. E poi il suo capolavoro giovanile, la veduta della Cattedrale di San Martino a Lucca, oggi custodito in un museo di York, in Inghilterra, e che «da oltre 200 anni non era stato riportato a Lucca», come ha precisato il presidente della Fondazione Ragghianti Alberto Fontana.
La parola chiave è, per l’appunto, “vedute”. Lo ha spiegato ieri, in una conferenza di presentazione della mostra alla Fondazione Cini di Venezia, la curatrice Bożena Anna Kowalczyk. Bellotto era nipote di Canaletto, fratello di sua madre. E nella bottega di Canaletto aveva lavorato fin da giovanissimo, dando vita a quella che forse è una delle primissime operazioni di sfruttamento commerciale dell’arte. «Gli europei che stavano facendo il Grand Tour - spiega Kowalczyk - volevano per forza venir via da Venezia con una riproduzione del Canaletto». E, secondo gli studi della studiosa polacca, i disegni che poi Canaletto stampava e vendeva venivano fatti sulla base di schizzi del nipote, che aveva il compito di riprodurre i quadri del più celebre zio.
È a questo punto che la storia di Bellotto si intreccia con quella di due amanti dell’arte con il fiuto per gli affari: il veneziano Anton Maria Zanetti e il nobile fiorentino Andrea Gerini. I due hanno un progetto: fare di Firenze, da poco passata ai Lorena dopo l’estinzione della casata dei Medici, il nuovo soggetto prediletto delle vedute da affiancare a Venezia. Prima incaricano Giuseppe Zocchi; poi, nel 1740, pagano un soggiorno in Toscana a Bellotto.
Il giovane pittore (aveva 18 anni) fa quello che avrebbe fatto Alessandro Manzoni una novantina di anni più tardi: viene a “risciacquare i panni in Arno”. E lo fa acquisendo una sua cifra che lo distanzia da Canaletto, nei dettagli architettonici, nell’utilizzo dei colori e nella resa dell’acqua. «Bellotto - spiega Bolpagni - così non è più solo il nipote di Canaletto».
In esposizione alla Fondazione Ragghianti ci saranno le celebri vedute di piazza della Signoria a Firenze e quella del duomo di San Martino. Quest’ultima sarà impreziosita dal corredo di cinque disegni preparatori che ritraggono San Martino da diversi punti di vista e che erano stati uniti in un quaderno di proprietà dei Re d’Inghilterra e finito alla British Library di Londra. Una cura che secondo Kowalczyk potrebbe essere causata dalla commissione del lavoro da parte di un ecclesiastico oppure da una sensibilità particolare di Bellotto, dimostrata poi anche in lavori della maturità. Un enigma che al momento non è sciolto, ma che sarà parte fondamentale di una mostra che è (anche) un inno alla bellezza della Toscana. —
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