Sicurezza
Il film “difficile” di Andersson Robbins e il teatro in carcere
Misterioso “About Endlessness” del regista svedese. Spietata l’opera di Marhoul Fa riflettere il documentario sulla riabilitazione dei detenuti dell’autore americano
Roy Andersson dopo Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, con il quale conquistò a sorpresa il Leone d’oro nel 2014, torna in Concorso a Venezia con un’opera esattamente in linea con la sua idea di cinema. About Endlessness si articola non sulla trama, ma su una serrata sequenza di scene spoglie ed elegantissime, personaggi stranianti e straniti nei confronti del mondo, umorismo paradossale costruito su singole battute, silenzi e gesti. Prendere o lasciare, il cinema del regista svedese è così.
Altro film senza mezze misure, passato ieri in Concorso, è The Painted Bird, opera seconda del regista ceco Vàclav Marhoul, nella quale si racconta l’odissea di un bambino affidato dai genitori perseguitati a un’anziana. In seguito alla morte della madre adottiva, per lui comincia un pellegrinaggio in una primitiva e selvaggia Europa dell’Est, imbruttita dalla fine della seconda guerra mondiale. Il ragazzo sarà protagonista e testimone di nefandezze di ogni tipo: occhi cavati dalle orbite, abusi sessuali con bottiglie di vetro, pratiche di zoofilia.
Entrambi i titoli procedono per situazioni e visti assieme, nella stessa giornata, rappresentano bene una certa idea di cinema quasi sempre presente nei concorsi festivalieri. The Paintend Bird è il film respingente, e non a caso a ogni scena d’orrore (in un bianco e nero che non fa altro che aumentare l’angoscia) seguiva un fuggi fuggi del pubblico di critici alla proiezione per la stampa (quale sarà l’accoglienza nelle sale?), mentre About endlessness è l’oggetto misterioso iper autoriale e accessibile a pochi.
Più classico e commerciale è invece Guest of Honour di Atom Egoyan, parabola morale sul senso di colpa in epoca digitale. Una donna decide di punirsi creando un finto reato di cui autoaccusarsi. Tramite il suo dialogo con un prete e i colloqui con il padre che la va a trovare in carcere, lo spettatore ricostruisce i motivi che hanno portato la donna a compiere questo gesto volto all’espiazione dei propri peccati. Alla base della vicenda c’è uno scambio di messaggi su whatsapp, pretesto che permette al regista di riflettere ancora una volta sul tema dell’identità e della verità. Corde che aveva già suonato nel suo precedente thriller Remember, in concorso alla Mostra quattro anni fa.
Forse il titolo più felice della giornata, anche negli esiti, va allora cercato nei titoli Fuori concorso ed è 45 Seconds of Laughter, documentario del regista e attore Tim Robbins dedicato alla sua compagnia, con cui da anni realizza laboratori teatrali all’interno delle carceri americane. Dopo aver diretto Dead Man Walking e interpretato Le ali della libertà, Robbins ha iniziato una sentita e personale riflessione sul tema della riabilitazione: «Con questo lavoro abbiamo scoperto cose sorprendenti e di grande umanità, un’esperienza che ha segnato tutti noi, una storia che sentivo di dover raccontare – ha detto. – Io voglio solo dire la verità e il teatro, più del cinema, è lo strumento migliore per entrare in contatto con il pubblico. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
