La protesta
Deneuve e Binoche aprono la gara con il film-verità sulla famiglia francese
la giornatA
Nessun red carpet è più generoso di quello inaugurale. Il debutto si veste subito di polemica, arrivata così, out of the blue, alla prima conferenza stampa del mattino quando la presidente della Giuria di Venezia 76, Lucrecia Martel, informa il direttore del festival Alberto Barbera (e 3.500 giornalisti) che non sarebbe stata presente al gala di Polanski «per non doversi alzare ed applaudire». Un passaggio che guasta la giornata, e distoglie l’attenzione dal buon film di Kore-eda Hikazu, “La vérité”, che apre in concorso la Mostra, con Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Il film racconta le verità taciute ma insopprimibili che possono annidarsi nelle famiglie; sul set, dicono, è stato quasi un parlarsi a gesti, visto che Kore-eda non sa una parola di inglese né di francese: «Alla fine – ammette Binoche – abbiamo fatto quello che voleva lui senza discutere ed è andata benissimo».
I cacciatori di selfie si sono appena ripresi dall’arrivo pomeridiano di Brad Pitt in darsena all’Excelsior, che subito puntano gli smartphone verso Catherine Deneuve in una dimenticabile cappa arancione dal bordo di struzzo e Juliette Binoche in Armani Privé tempestato di strass, una più parigina dell’altra.
Sbarca al Lido il ministro ai Beni Culturali Alberto Bonisoli: «Il cinema si presenta al suo massimo a Venezia e in Italia, dovevo essere qui»; gli altri ministri attesi (Tria e Bussetti) avevano dato forfait il giorno prima. La madrina Alessandra Mastronardi ripassa il discorso facendosi aria con i fogli. «Meglio disidratata che sudata», avrebbe detto nel delirio del debutto rifiutando l’acqua minerale, poco prima di salire sul palco infilata in un abito-corazza di Armani. «Il cinema è l’arte della prima volta, e tutte le prime volte lasciano il segno – dice – il cinema parla a ciascuno di noi, dice che i grandi uomini non sono nati tali ma lo sono diventati e che tutti dobbiamo imparare, anche cadendo, ma con il coraggio di rialzarci anche sette, otto volte, perché i nostri sogni sono imperfetti». Dal palco, il presidente Baratta saluta a distanza il presidente Mattarella, trattenuto a Roma «dai ben noti eventi istituzionali» e ringrazia il direttore Barbera per il suo «coraggioso e intelligente lavoro», augurandosi che «sia cura di tutti salvaguardare in futuro una Mostra che è strumento di una società libera e aperta». —
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