Gioco
Tutti in piedi per il maestro Riccardo Muti. «Ma l’immagine della nostra Italia è sbiadita»
Con Veronesi e Veltroni al Principe di Piemonte: «Sono preoccupato. Abbiamo perso terreno, nella musica e nella cultura»
«Maestro, grazie per la musica!». Pista ciclabile di fronte al Grand Hotel Principe di Piemonte, Riccardo Muti lascia il Centro congressi dove ha ritirato il Premio speciale Viareggio 90 nell’ambito del “Viareggio-Repaci”. È mezzanotte passata, ma è ancora estate e qualche turista in giro c’è. Muti scherza, sorride, si presta a qualche selfie, si diverte. Come ha fatto sul palco della premiazione, stretto tra Walter Veltroni ed il direttore d’orchestra Alberto Veronesi, già presidente della Fondazione Festival Pucciniano. Muti è un fiume in piena. Dirige il pensiero della sala come fossero note ed il pubblico, numeroso, lo ricambia alzandosi in piedi per tributargli l’applauso finale.
«Più uno si agita sul podio e più il pubblico dice che ha temperamento. Poi si fanno i capelli per scuoterli», sono le parole del Maestro. Che rivolto proprio a Veronesi e alla di lui capigliatura aggiunge: «Lui lo sa. Ci scherzo sempre...». Ma si fa serio, Muti, quando afferma: «Tutto sta diventando effimero».
A partire dal pensiero collettivo per cui basta un pizzico di modernità di tecnologia e tutto diventa facile. «Io invece sono arcaico»: e dalla tasca spunta - mostrato con orgoglio - un telefonino formato ridotto, assolutamente non smartphone, decisamente del tipo “basta che telefoni”.
Tutto effimero come l’immagine dell’Italia nel mondo: «Il Paese ha un problema grave. L’immagine dell’Italia nel mondo è molto sbiadita. Quando sento questo e quello dire da quale “scuola” musicale arrivano, io rispondo che arrivo dal Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. Dove camminava Mercadante». Ed allora, si leva alta e decisa la voce di Muti a richiamare tutti alle proprie responsabilità, come quando il Maestro stringe in un sol pugno la conclusione puntuale del lavoro di un’orchestra, «Come mai abbiamo perso tutto questo?».
Perché, a pensarci bene, «uno si incazza...davvero... Abbiamo dato i nomi alle note, abbiamo costruito i più straordinari strumenti. Basta pensare che c’è una cosa che i cinesi non sono riusciti ad imitare e sono i violini Stradivari. Allora, perché oggi abbiamo perso terreno?».
Terreno lungo i sentieri della cultura «che non è una parola vuota da sbandierare».
Poi lo spirito campano torna a prendere il sopravvento tutto d’uno colpo: «Certo, per dirla con Eduardo, “Adda passà 'a nuttata”... Ma non siamo nel nord Europa dove la notte dura sei mesi...». Se qui Muti avesse in mano la bacchetta, la scossa arriverebbe dritta alle percussioni, per un crescendo di tamburi da sentiero di guerra. —
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