Il Tirreno

Il paese fantasma è rinato in cooperativa

Luciano Donzella
Una veduta dall’alto del borgo di Succiso, nel comune di Ramiseto, provincia di Reggio Emilia. Nel 1990 chiusero il bar e il negozio di alimentari, il borgo era quasi spopolato. Adesso è rinato con una esperienza di cooperativa tra gli abitanti superstiti
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Una veduta dall’alto del borgo di Succiso, nel comune di Ramiseto, provincia di Reggio Emilia. Nel 1990 chiusero il bar e il negozio di alimentari, il borgo era quasi spopolato. Adesso è rinato con una esperienza di cooperativa tra gli abitanti superstiti

Un modello kibbutz creato da 65 abitanti 

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Questa storia è stata tratta dal “Blog dell’impossibile” di Luciano Donzella, giornalista e narratore, pubblicato su www.artedirealizzarelimpossibile.com/blog e anche sul profilo Facebook dell’autore.


Quelli che hanno la forza di non arrendersi. Quelli che quando le cose girano al peggio si rimboccano le maniche. Quelli che trovano la forza di risalire un attimo prima di toccare il fondo. Quelli come gli abitanti di Succiso, un piccolo borgo dell’Appennino tosco-emiliano che appena 25 anni fa sembrava destinato a sparire dalle carte geografiche, e oggi è il primo paese cooperativa in Italia, studiato da ricercatori di mezzo mondo che vogliono capire i motivi di un’irresistibile ascesa e replicare il modello inventato e realizzato dai 65 abitanti di questa sorta di kibbutz di montagna.

La storia comincia nel 1990, quando per mancanza di clienti chiusero contemporaneamente il bar e il negozio di alimentari, lo “spaccio” del paese: i giovani se ne erano andati, e quando nel fine settimana tornavano su, a mille metri di quota a respirare aria buona, si portavano dietro le provviste comprate in città. Il borgo ormai spopolato stava per tirare giù la saracinesca, come gli ultimi due locali pubblici.

All’epoca Dario Torri, attuale presidente della Cooperativa Valle dei Cavalieri, aveva 27 anni. Insieme a nove amici si guardò intorno. E disse no. Anche se sembrava impossibile in quel momento far risorgere un paese fantasma, bisognava almeno tentare di salvare quel mondo dove erano nati e cresciuti, che stava per scomparire.

E’ nata così la prima cooperativa di comunità. «E’ vero - dice Torri - in qualche modo somiglia a un kibbutz, anche qui l’associazione è volontaria e la proprietà è comune». Grazie a un primo investimento dei soci, seguito nel tempo da contributi provinciali, regionali ed europei, la macchina si è rimessa in moto: riaperti il bar e la rivendita di alimentari, la cooperativa ha avviato un’azienda agricola acquistando 240 pecore che vivono libere nei 22 ettari di verde destinati a pascolo intorno al paese. L’azienda produce pecorino e ricotta.

Col tempo la cooperativa ha aperto un ristorante e un agriturismo che oggi accoglie 14mila ospiti l’anno. Grazie a queste ed altre attività (ad esempio la collaborazione col Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano per organizzare passeggiate per i turisti, o l’organizzazione di escursioni e laboratori naturalistici per studenti) i Cavalieri fatturano circa 700 mila euro l’anno. «Lo abbiamo fatto perché amiamo la nostra terra – conclude Torri - non volevamo vederla abbandonata. Ora d’estate arriviamo ad avere anche 600 abitanti. Sì, anche se all’inizio ci prendevano per matti, il paese è tornato a vivere».


 

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