Il Tirreno

verso la mostra del cinema di venezia 

Amelio, tutto in sedici minuti Con il corto “Passatempo” la denuncia dei porti chiusi

Fulvia Caprara
Amelio, tutto in sedici minuti Con il corto “Passatempo” la denuncia dei porti chiusi

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C’era una volta un anziano professore, davanti a lui, al tavolino di un bar all’aperto, era seduto un ragazzo di colore. Insieme devono fare qualcosa, un cruciverba assurdo, in cui il giovane deve dare soluzioni a quesiti che non gli sono stati ancora posti. In palio c’è la vita, che può essere tolta, con un colpo di pistola, al giocatore che ha accettato quella gara impossibile. Eppure si capisce presto che «il professore è un dissenziente, come un partigiano che si oppone a una dittatura, un eroe che cerca di impedire la barbarie. Il significato della storia è nel senso di colpa avvertito da una persona perbene nei confronti di quello che ha intorno».

Dopo essere stato alla Mostra di Venezia per sette volte in concorso, dopo aver vinto un Leone d’oro e aver presentato un corto documentaristico, Gianni Amelio torna al Lido con Passatempo, 16’ per descrivere in chiave allegorica il clima della società in cui viviamo dove «si parla tanto di muri e di non accessi ai porti, dove si fa morire la gente in mare e dove, per risolvere le situazioni, si spinge l’umanità verso la disumanità».Dai tempi dell’America, sul fenomeno della migrazione di albanesi in Italia, sono passati 25 anni, e adesso, dice il regista, «è accaduto quello che non mi sarei augurato, l’accoglienza è diventata respingimento, la paura è arrivata a livelli altissimi, che raccontano quanto noi occidentali siamo fragili e quanto abbiamo acutizzato il terrore che qualcuno di estraneo al nostro mondo ci possa levare quel tanto o quel poco che abbiamo accumulato». All’epoca di quei primi arrivi, osserva Amelio, «gli albanesi venivano accusati di qualunque nefandezza, adesso lo sono ancora, ma l’alibi è diventato più radicato e pericoloso, allora, c’era, nella parte più debole della società, quel poco di fratellanza, di pietà, che faceva dire “sono persone anche loro, anche noi abbiamo vissuto le stesse esperienze”. Ora questa volontà è perduta e lo stesso atteggiamento si è esteso, non è solo italiano». Un atteggiamento nutrito di continuo, puntando «alle viscere e non al cervello della gente, con una volontà politica e ideologica. Chi scappa e cerca rifugio viene visto come un pericolo assoluto. Invece di rassicurare le persone, si fa a chi la spara più grossa, si inventano minacce anche quando non esistono».

Protagonisti del corto, che aprirà la Settimana della Critica, Daouda Sissako, per la prima volta sullo schermo, Renato Carpentieri, che Amelio ha scelto come suo attore alter-ego, ma soprattutto un’indomita voglia di cinema che fa dire a un autore impegnato in uno dei film più attesi della prossima stagione come “Hammamet”, «farei, come minimo, un corto al mese, perché questo tipo di dimensione obbliga a concentrarsi sull’essenziale, a evitare i tempi morti. In un corto non si possono fare errori, nemmeno per 30 secondi, la sintesi è parte fondamentale dell’emozione che si vuole dare». Per Passatempo ha lavorato anche il figlio adottivo del regista, Luan Amelio Ujkaj, un debutto che precede quello al lungometraggio, come direttore della fotografia di “Hammamet”. La regola del silenzio, sull’opera che ricostruirà gli ultimi 24 mesi di vita di Bettino Craxi nella città tunisina, dopo lo scandalo di Tangentopoli, dopo i processi, le condanne e il declino di un’intera classe politica, è difesa a oltranza dal regista. Nei panni del protagonista ha recitato Pierfrancesco Favino. —

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