Il Tirreno

Quell’incontro in Mongolia sembra impossibile

luciano donzella
Quell’incontro in Mongolia sembra impossibile

ma Sarah ci è arrivata a piedi dalla Svizzera 

3 MINUTI DI LETTURA





Questa storia è stata tratta dal “Blog dell’impossibile” di Luciano Donzella, giornalista e narratore, pubblicato su www. artedirealizzarelimpossibile. com/blog e anche sul profilo Facebook dell’autore.

luciano donzella

Sembra impossibile ma...

Fine estate 2010, il sole comincia a calare e ad arrossare le “rupi fiammeggianti” di Bayanzag, siamo in un accampamento di gher, le tipiche case-tenda circolari dei nomadi mongoli, in mezzo al niente. Da giorni viaggiamo su piste sassose appena percettibili, la strada asfaltata è un ricordo lontano. Per chilometri e chilometri intorno a noi un deserto di rocce. All’orizzonte un puntino, che diventa lentamente più grande. Mano a mano che si avvicina si distingue il contorno di una persona, ma ciò che sembra impossibile in quel contesto è che arriva a piedi, di buon passo.

Pochi minuti dopo stringo la mano a Sarah Marquis. Minuta, capelli lunghi e occhi chiari, fisico leggero, da marciatrice, un pesante zaino sulle spalle, sudata, impolverata. “Dov’è che posso farmi un tè? Per me è una specie di rituale, una tazza di tè bollente e la fatica sparisce”. Così, come se rientrasse da una passeggiata nel parco. Invece arriva dalla Siberia. Centinaia di chilometri a piedi in un ambiente selvaggio, a volte ostile.

Cala la notte e ci troviamo nella gher più grande davanti a un piatto di buuz, i tipici ravioloni mongoli ripieni di pecora. Lei si racconta, e io che pensavo di vivere il mio quarto d’ora d’avventura girando la Mongolia a bordo di vecchie camionette russe praticamente indistruttibili, con guida italiana e assistenti del posto, mi rendo conto che l’Avventura con la A maiuscola è un’altra cosa.

E mi sento piccino piccino di fronte a questa piccola grande donna che dalla sua Svizzera da anni gira il mondo a piedi, da sola. Giorni e notti senza incontrare nessuno, una piccola tenda, la sacca con i viveri. Un passo dopo l’altro per rincorrere i suoi sogni: scoprire il mondo fuori e dentro di sé, toccare con mano, dialogare con la natura, avvicinarsi a verità che solo la solitudine più profonda consente di sfiorare.

Qui, nel campo di gher, si sente in un grande albergo. È una delle tappe più comode del trekking iniziato dalla Siberia qualche giorno prima, uno dei suoi tanti viaggi impossibili, che la dovrebbe portare fino a Melbourne, in Australia. Il viaggio si fermerà molto prima, al confine con la Cina, dove Sarah avrà problemi con le autorità, e rischierà perfino il carcere. Uno dei tanti incidenti di percorso. Ma lei non si ferma, ricomincia, e cammina, cammina, per mesi, per anni.

La mattina dopo, colazione e via, si riparte. Io seduto sulla mia camionetta, lei zaino in spalla, passo dopo passo, finché diventa un puntino in un orizzonte infinitamente grande.

Oggi Sarah Marquis nella sua Svizzera è quasi una celebrità. Non che a lei interessi più di tanto, essere conosciuta. Sono altri i sogni che rincorre facendo trekking da sola da 24 anni, nei quali ha traversato mezzo mondo e vissuto cose che noi umani neanche possiamo immaginare. Di recente ha ricevuto il premio Avventuriera dell'anno, è diventata esploratrice del National Geographic e ha da poco pubblicato il libro “Selvaggia” (Sperling&Kupfer), di cui discutemmo a lungo come di uno dei suoi sogni da realizzare nel silenzio di una notte, in un accampamento mongolo ai piedi delle rupi fiammeggianti di Bayanzag. —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Toscana

Camaiore, addio a Giuseppe Vecoli: conosciuto commerciante con la passione per le moto

di Roy Lepore