Gioco
Spadolini giornalista, storico, politico: le tre anime del nemico dei muri
L’impegno, lo studio e il culto della carta stampata. Un legame speciale con Castiglioncello
«Giovanni Spadolini diceva di avere tre anime: giornalista, accademico e politico». A venticinque anni dalla morte (4 agosto 1994) Cosimo Ceccuti, collaboratore ed erede culturale dell'ex presidente del Consiglio (da poco è uscito il suo Giovanni Spadolini, quasi una biografia, Polistampa), ne traccia un ricordo, cominciando dalla folgorante carriera nei giornali. «A 24 anni scriveva sul primo numero del Mondo di Pannunzio, l’unico e straordinario periodico anticonformista che abbiamo avuto, con firme prestigiosissime. A 29 anni era direttore del Resto del Carlino, e nel 1968, a 43, fu chiamato a dirigere il Corriere, in una stagione delicatissima per il Paese, in piena contestazione».
Che giornalismo faceva Spadolini?
«Aveva il culto della carta stampata. Il suo mito era Luigi Albertini, lo storico direttore del Corriere: il suo non era un giornalismo asettico, era inchiesta, denuncia, c’era già la passione per la politica. Ricordo una foto con Montanelli davanti al tribunale di Venezia: Spadolini aveva mandato lui e Buzzati a fare un’inchiesta sulla città e sui danni di Marghera e il sindaco denunciò giornalisti e direttore. Non era aggressivo, andava al cuore dei problemi, mandò per primo Bettiza a intervistare Marcuse. Dava grande spazio alla cultura: al Carlino era riuscito a ottenere la collaborazione di Silone, che si era sempre rifiutato di scrivere sui giornali borghesi».
La seconda dimensione è quella di storico e professore universitario.
«Parlando delle sue anime, aggiungeva: sono tre, ma in realtà è una sola. Come storico aveva capito, con le doti del politico, che l’Italia dell’Ottocento non rispondeva ai bisogni della popolazione. E chi conosceva questi bisogni? L’associazionismo cattolico e quello mazziniano. Come professore alla “Alfieri” di Firenze era affascinante, sempre chiaro. Teneva presente la lezione del giornalismo, parlava di cultura rendendola comprensibile a tutti. Questo lo aiutava anche in politica: i giornalisti lo chiamavano direttore, mai presidente. Lo consideravano un collega».
La parabola politica è straordinaria: come fu possibile la nomina a presidente del Consiglio con il PRI al 3%?
«Fu un capolavoro di Pertini, che chiese a Forlani come avrebbe reagito alla nomina di Spadolini e si sentì rispondere che era l’unico non democristiano che il partito avrebbe votato. A quel punto il presidente non parlò con nessun altro: se la DC avesse votato il governo, i laici non avrebbero potuto opporsi. Nacque il pentapartito. Va considerata l’opposizione blanda del PCI: dopo la prima crisi, che portò alla formazione del governo identico a quello precedente, fu decisivo l’impegno di Berlinguer, che promise appoggio esterno se fossero mancati i voti».
Rimase presidente del Consiglio per 18 mesi, dal giugno 1981 al dicembre del 1982. Fu soddisfatto dei risultati?
«Stilò un decalogo di riforme, puntando a incidere sui redditi. Riuscì a realizzarne tre, ma le altre sette furono portate a termine dai governi seguenti, quindi si può dire che dette un indirizzo. In un anno e mezzo fece scendere l’inflazione dal 22 al 16% e si occupò della questione morale: in pieno scandalo P2 ordinò un cambio ai vertici delle forze armate secondo solo a quello seguito a Caporetto. Dovette gestire anche il rapimento del generale americano Dozier da parte delle BR. E finì bene, con la liberazione».
Lei è stato al suo fianco per trent’anni: che persona era?
«Un maestro dei vecchi tempi, di quelli che non insegnavano solo la loro materia: stare con lui era un apprendimento continuo. Non mi ha mai coinvolto nella politica e mi ha sempre detto: ti devi occupare di quello che mi preme, l’università e la Nuova Antologia. Prima di morire lasciò scritto che sarei stato a vita segretario generale della Fondazione».
Cosa manca nell’Italia di oggi delle qualità di Spadolini?
«Aveva una grande abilità nell’arte del compromesso, detestava il muro contro muro, che oggi è il quotidiano. E poi aveva un senso altissimo dello Stato, che è andato perso. L’unico difensore delle istituzioni è Mattarella. Spadolini si dimise da capo del governo per un litigio tra due suoi ministri. Senza dare giudizi politici, me lo immagino di fronte a un Salvini che convoca i sindacati al Viminale: lo avrebbe fatto volare dalla finestra».
In questi giorni lo ricordate a Castiglioncello, un luogo con cui aveva un rapporto particolare.
«C’era stato per la prima volta a 5 anni ed è rimasto sempre il suo luogo dell’anima, insieme a Pian dei Giullari, sui colli fiorentini. Non è passata una sola estate senza che si trasferisse lì in agosto. Perfino nel 1982, in piena crisi di governo. Tre giorni soli, ma non volle mancare. L’unica volta che non ci riuscì fu nel ’94: stava male, aveva già organizzato il viaggio ma non fece in tempo. Morì il 4 agosto, prima di partire».
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UNA RACCOLTA FOTOGRAFICA SULLA SUA VITA
Firenze ricorda il grande uomo protagonista della politica italiana grazie alle iniziative della Fondazione Spadolini Nuova Antologia di Pian dè Giullari. Domenica 4 agosto alla Basilica di San Miniato al Monte alle 10 la messa, alle 10.30 la deposizione di una corona di fiori sulla tomba da parte del Comune di Firenze. Alle 19, nel frantoio della Basilica, prima presentazione del volume “Giovanni Spadolini: frammenti di vita di un italiano, 1972-1994”, raccolta fotografica dedicata alla vita del professore. Interverranno Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Spadolini, padre Bernardo Maria Gianni priore della Basilica; Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale della Toscana, e Luigi Salvadori, presidente di Fondazione Cr Firenze.
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