Il Tirreno

L’OPERA IMMORTALE 

La farfalla e l’elicottero

Ilaria Bonuccelli
La farfalla e l’elicottero

L’animo di Butterfly davanti allo yankee dopo l’atomica 

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Ali di farfalla, personalità di acciaio. Forza e passione. La gheisha-ragazzina che conduce il gioco. Senza risparmio. Con colpi di scena. Perfino atrocità. E Vendetta. Eccola qui Cio cio san, la Madama Butterfly di Stefano Mazzonis di Pralafera, regista dell’opera in scena domani sera alle 21, 15 a Torre del Lago: una co-produzione con l’Opera Royal de Wallonie-Liegi.

Si muove nella Nagasaki del primo Dopoguerra (fra il 1946 e il 1950), Cio cio san. Ha visto la propria città distrutta dalla bomba atomica. Eppure si innamora di un ufficiale americano, che ha l’ardire di presentarsi in palcoscenico in elicottero. Sulle note della versione di Brescia di Madama Butterfly. Quella che riscattò Puccini dal fiasco (orchestrato) della prima mondiale alla Scala di Milano.

Con queste premesse, Mazzonis quale Butterfly dovremo aspettarci?

«Una Madama Butterfly tradizionale, seppur ambientata alla fine della seconda guerra mondiale, quando gli americani presidiano il Giappone battuto. E c’è, appunto, questo ufficiale della marina americana che per divertirsi, invece di prendersi un’amante, decide di sposarsi “alla maniera giapponese”».

Non una donna qualunque.

«No. Una gheisha: una donna molto intelligente, colta, preparata, che non sa solo cantare e ballare. È una donna istruita e, soprattutto, non è una prostituta: è un’intrattenitrice, formata per sostenere conversazioni, per occuparsi del suo interlocutore secondo l’antica tradizione giapponese che resiste ancora oggi».

Insomma, Cio cio san è una donna volitiva.

«Malgrado sia giovanissima (ha 15 anni), Cio cio san dimostra già dal primo atto di condurre il gioco con Pinkerton. Lei è innamorata dell’ufficiale americano, ma alla fine riesce a imporre il proprio ritmo alla storia: il matrimonio che lui ritiene solo una formalità si rivela una cerimonia formale, con i parenti, lo zio Bonzo; lui freme per portarsela a letto, arde di desiderio, ma lei lo trattiene a parlare di stelle, farfalle, cielo. È lei che decide il momento in cui si deve consumare l’atto d’amore. Prima di concludere, nell’opera, lui la invoca diciannove volte: “Vieni”. Ma lei non si abbandona fino a quando non decide che sia il momento».

L’accento che pone su Madama Butterly è molto forte.

«Rispetta Puccini. Il Maestro conosceva molto le donne e le rispettava molto più di Verdi le cui eroine erano sempre deboli. Basta pensare alla Gilda del Rigoletto. Puccini, invece, crea sempre personaggi femminili di grandissima levatura: Tosca, Turandot, Liù. Cio cio san».

Come evidenzia questa forza nell’opera?

«Nel secondo atto le prove di intelligenza sono molte. Quando, rimasta sola, e senza risorse, il sensale Goro la vuole dare in sposa al ricco Yamadori, Cio cio san ribadisce concetti netti: che è ancora la signora Pinkerton; che lo è perché si ritiene cittadina americana; che in quanto cittadina americana non le si applica la legge giapponese: quindi non si può considerare divorziata perché abbandonata, ma ci vuole una sentenza di tribunale a decretare la fine del matrimonio».

Però in queste parole che sappiamo inutili c’è il germe della tragedia.

«Una tragedia che Cio cio san non subisce, ma gestisce. Intanto mostra sicurezza sul ritorno di Pinkerton. Sa di avere un’arma: il figlio avuto dal marito. Quando capisce che se lo vogliono portare via delle opzioni che ha – darglielo o non darglielo – sceglie la terza via: consegnarlo all’americano solo se lo verrà a prendere direttamente. Superando la vigliaccheria di uomo. Lui che atterra con il suo elicottero da ammiraglio americano sul tetto della casa sulla collina».

E il figlio lo darà?

«Ci sarà una sorpresa nel finale. Che coincide con la vendetta di Cio cio san. La sua ultima definitiva volontà». —

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