Il dolore
Turandot e il finale che Puccini sostituì con la sua morte
Nello studio privato, dove spesso compone di notte, Giacomo Puccini è seduto al pianoforte. Il figlio Antonio lo osserva. Pensa già al viaggio per Bruxelles, alla terapia radio. Insieme ci sono (così si dice) Giovacchino Forzano, regista. E Arturo Toscanini, direttore d’orchestra. L’unico che può mettere le mani negli spartiti del Maestro. È venuto apposta a Viareggio. Nella villa di Marco Polo, all’angolo fra la pineta e lo scorcio sul mare, i due discutono dell’incompiuta. Del finale di Turandot che non esce. Il vero enigma dell’opera. Puccini è più spaventato di questo che del tempo che passa. O della malattia.
Turandot è il suo tormento. Nello studio, con la scaletta di legno che si collega alla sua camera da letto, lascia a Toscanini il suo testamento spirituale: «L’opera verrà rappresentata incompleta, e poi qualcuno uscirà alla ribalta e dirà al pubblico: "A questo punto il maestro è morto"». Così fa il 25 aprile 1926 Toscanini alla prima della Scala. Rispetta la volontà del Maestro raccolta meno di un mese prima della sua morte che lo sorprende a Bruxelles, in clinica, il 29 novembre 1924, con 36 fogli di musica sul comodino, appunti su come terminare la favola musicale della Principessa di gelo.
Toscanini alla prima scaligera chiude l’opera senza il finale tentato da Franco Alfano e rimaneggiato dallo stesso Toscanini. Niente duetto, solo la morte di Liù. Poi le parole epiche al pubblico: «Qui è morto Puccini», senza il retroscena di cui si trova accenno, invece, nella biografia critica che per Il Saggiatore pubblica nel 1961 il musicologo Mosco Carner. Domani sera, invece, per la prima a Torre del Lago, al Festival Puccini, l’opera - diretta da Marcello Mottadelli - va in scena (alle 21,15) con il finale di Alfano. Il più rappresentato, anche se poi negli anni lo hanno riscritto Luciano Berio e altri. Esiste perfino un finale "cinese" in omaggio al tema Mo Li Hua" (la canzone dei gelsomini) del carillon che Puccini nel 1920 ascolta a Bagni di Lucca nella casa dell’amico diplomatico Edoardo Fassini Camossi. Ispirazione di una "China" (così l’apostrofava Puccini) misteriosa e lontana e per sempre irrisolta. Siamo nella Cina della fiaba di Gozzi, ma la trama della principessa che decapita ogni aspirante sposo incapace di sciogliere i suoi indovinelli si sviluppa «in un tempo misterioso e sconosciuto», evidenzia il regista Giandomenico Vaccari. La sua lettura dell’incompiuta è moderna. Calata nel contesto che il compositore vive. Puccini - spiega Vaccari - crea «una Cina mitica, stilizzata, crudele e sofisticata» che rispecchi le contraddizioni dell’epoca storica. La guerra mondiale appena finita, i totalitarismi, che si affacciano. Le «masse che sono un’arma impropria nelle mani del potere. Ecco quindi - scrive Vaccari - il popolo disperato, urlante, sanguinario, terrorizzato, adorante: le masse protagoniste del I e III atto di Turandot». Ma le contraddizioni dell’epoca sono espresse anche dalla contrapposizione delle figure femminili dell’opera: Liù (Valeria Sepe), la schiava «pronta al sacrificio e a raccogliere l’eredità delle eroine pucciniane, Butterfly e Suor Angelica» e Turandot «triste e sanguinaria, chiusa in una gabbia di anaffettività. Lei è il mondo nuovo, violento e sinistro, ai limiti dell’inviolabilità conoscitiva: i 3 enigmi sono la metafora per esprimere questo». Un «labirinto drammaturgico» che necessita di voci potenti: Calaf, il principe ignoto è Amadi Lagha; Turandot il soprano Amarilli Nizza che debutta il ruolo. Prima di volare in Cina. Per Puccini, ancora. Con La Fanciulla del West.
Turandot va in scena a Torre del Lago /(Gran Teatro Puccini) sabato 13, il 19 luglio e il 17 agosto alle 21,15. Biglietti da 19,50 a 159 euro. Info 0584 359322
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