Gioco
Se n’è andata a 96 anni la signora col foulard Hollywood, Strehler e una vita sul palco
Valentina Cortese ha chiuso ieri una vita da romanzo Il suo capolavoro il ruolo di Liuba nel “Giardino dei ciliegi”
Osvaldo Guerrieri
Quasi non ci si crede che Valentina Cortese sia morta. Con quella pelle di smalto, il sorriso di perla, l’ironia sempre in agguato, sembrava non dovesse lasciarci mai. Aveva 96 anni ed era come se non fosse mai cresciuta. Lo confessava lei stessa quando accennava all’odore di fieno che si portava dentro, o esibiva i famosi foulard. Erano un abbraccio quei «riot», un omaggio alle contadine padane e una memoria d’infanzia, poiché da lì veniva, dalla campagna di Rivolta d’Adda.
In realtà era nata a Milano il 1° gennaio 1923. Era «figlia della colpa» e perciò la madre, che inseguiva la carriera pianistica, la affidò a una contadina e a un falegname. Crebbe a piedi nudi, mangiava pane duro e un dolce solo a Natale. Ciò nonostante, cresceva felice e smaniosa. Fu lei stessa a rivelare nell’autobiografia Quanti sono i domani passati (Mondadori), che già a tre anni voleva recitare. Adolescente fuggì di casa per vedere Vittorio De Sica in un teatrino di provincia e ne aveva 17 quando a Milano entrò nella vita di Victor de Sabata, che la vide da una finestra dell’hotel de Milan e se ne innamorò. Valentina seguì il direttore d’orchestra a Roma lasciando nella disperazione mamma Rina, che non approvava la relazione con un uomo di trent’anni più anziano e ammogliato.
Per stargli vicina, si iscrisse all’Accademia d’arte drammatica e iniziò a recitare. In quel dopoguerra di povertà e speranze Valentina percorreva la sua strada con la bellezza delicata, l’armonia del gesto e la voce ben modulata. Ma con de Sabata il rapporto diventò difficile e lei emigrò a Hollywood. Divenne intima di Marlene Dietrich e Ingrid Bergman, frequentò la Garbo. Il regista Jules Dassin, vedendola, le chiese: «Le dispiace se m’innamoro di lei?». Valentina preferì sposare un attore giovane e divertente: Richard Basehart con cui ebbe un figlio. Il matrimonio naufragò in meno di dieci anni per un tradimento. Basehart interpretava La strada di Fellini ed ebbe una relazione con Giulietta Masina. Non fu perdonato.
Abbandonata Hollywood a causa delle asfissianti avances del produttore Zanuck, Valentina rientrò in Italia: «Tornai a Roma a fare un po’ di fame, ma niente volgarità». Si era a metà degli anni 50. Ebbe una parte nelle Amiche di Antonioni vincendo una Grolla d’oro a Saint-Vincent, ma soprattutto rivide a Milano Giorgio Strehler. I due avevano giocato insieme da bambini. Ritrovarlo significò entrare al Piccolo e legarsi al regista con una complicità giocata su arte e amore. Lei recitava in Platonov di Cechov, nella Lulu di Wedekind e lui la costruiva, la modellava, le scriveva lettere leggendarie e la preparava per il ruolo che forse fu il suo capolavoro, quello di Liuba nel Giardino dei ciliegi. Dopo il debutto le scrisse: «Ho costruito una figura che in parte ti corrisponde…». Concepirono una bambina. Lui avrebbe voluto chiamarla Ombra. Ma la creatura non riuscì a nascere. In clinica, Valentina vide Giorgio piangere per la prima volta. Malgrado i trionfi, Valentina non voleva che il Piccolo fosse il suo tutto, anche se resta la sua casa e oggi è lì che sarà allestita la sua camera ardente. Tornò al cinema. Fellini la chiamò per Giulietta degli spiriti, Zeffirelli per Fratello Sole e sorella Luna e nel Gesù, Truffaut la volle in Effetto notte e fu nominata all’Oscar.
Ma era il teatro il suo centro. Fu così fino al 2009, quando si trasformò nella Madonna bambina nel Magnificat di Alda Merini con cui non faticò a fare amicizia.
E’ stata la sua ultima uscita. Ritirarsi poi nel cuore di Milano, in quella grande casa schermata dalle edere, non è stato soffrire. La diva contadina si sentiva pacificata poiché aveva imparato il mestiere di vivere e, diceva, se l’era cavata. —
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