«Siamo a un bivio: ora si deve scegliere tra democrazia e obbedienza»
Antonio Scurati, il giorno dopo la premiazione allo Strega confessa i suoi incubi e il segreto delle granitiche certezze
Ha scalato vette difficilmente raggiungibili Antonio Scurati con M. Il figlio del secolo (Bompiani): giovedì sera al Ninfeo di Villa Giulia, nella finalissima del premio Strega, lo scrittore si è portato a casa l’ambito trofeo. E lo ha fatto alla grande, conquistandosi il favore dei giurati e distanziando di molte lunghezze la seconda arrivata (Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo). La sua affermazione precede l’odierno alloro: nei mesi successivi alla sua apparizione in libreria, la biografia dedicata agli anni dell’ascesa di Mussolini (1919-1924) ha infatti superato le 150mila copie ed è arrivata alla decima edizione. Adesso, con lo Strega in tasca, M, la dettagliata narrazione di oltre 800 pagine si accinge a sedurre altre migliaia di lettori.
I festeggiamenti stregoneschi sono terminati verso le quattro di mattina: com’è stata questa sua (breve) notte magica?
«Tormentata da incubi e fantasmi. Le ossessioni notturne per me non sono però un’eccezione. Sono stato sonnambulo fin da bambino: una volta mi sono persino alzato per andare in un campo da tennis», spiega Scurati che in jeans e T-shirt nera non dimostra i suoi cinquant’anni. «Un’altra volta ho chiamato i carabinieri per denunciare il fatto che mio padre era in procinto di uccidere mia madre. Solo che papà si trovava in India. Queste ore post Strega sono state invece turbate dalla visione angosciosa di trovarmi in un cinema affollatissimo dove mi si contestava di aver alimentato il mito di Benito Mussolini».
Un sogno realistico? Il suo ritratto del Duce, si è detto, trasforma il Mascellone su cui Gadda ha esercitato la sua mirabile ironia in un personaggio epico, di grande carisma, che può piacere anche ai nostalgici. È così?
«Per nulla. L’estrema attenzione alla realtà storica mi rende immune da qualsiasi indulgenza. Descrivo senza paraocchi ideologici la nascita dei fasci di combattimento, gli attacchi dei fascisti ai socialisti, l’occupazione dannunziana di Fiume e il consolidamento di Mussolini come Capo del governo. La storia delle camicie nere è fatta di violenze e di colpi di scena e ci affascina come uno spettacolo catastrofico. Ma rimandando a una realtà terrificante stimola sentimenti antifascisti».
Il segreto del suo successo è nell’attualità delle sue pagine? I seguaci del Duce sono gli alfieri del disprezzo per le élites e le competenze, ed esaltano la forza bruta e i «sani» valori del popolo: la politica di oggi assomiglia a quella di ieri?
«Non c’è dubbio che M. ha incontrato il favore di molti perché ha consistenti agganci con il presente. In questi anni si sta manifestando un intenso bisogno di capirci, andando a rivisitare il nostro passato. Ci troviamo di fronte a un fatto incontrovertibile: una stagione della politica si è esaurita. Si stanno aprendo nuovi orizzonti e si delineano nuove strade che non sappiamo dove ci porteranno. Non parlo solo di quello che sta accadendo in Europa, di Viktor Orbán che si fa paladino della “difesa intransigente della sovranità nazionale e di una sfiducia nei confronti delle istituzioni europee”, per dirla con le sue parole. Il premier magiaro recupera addirittura il culto di scrittori antisemiti e filo-hitleriani».
La sinistra degli anni Venti aveva personaggi di grande spessore intellettuale come Giacomo Matteotti. Ma questo non bastò. Quali furono i suoi errori?
«I socialisti ebbero responsabilità gravissime: predicavano la violenza rivoluzionaria che non erano però in grado di mettere in atto. E poi erano afflitti dal morbo delle lotte intestine, delle correnti e delle scissioni. Amedeo Bordiga, uno dei fondatori del partito comunista, ad esempio, dopo la scissione dal Psi, sembrava preoccupato più di combattere i compagni che ‘sbagliavano’ che gli avversari fascisti».
Con quali parole sintetizzerebbe il messaggio ultimo del suo libro?
«Siamo ad un bivio: dobbiamo scegliere tra cultura, democrazia e progresso, oppure gettarci nelle braccia di dispotismo, cecità e obbedienza».
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