Gioco
«La mia girl sarà come quella di Puccini Solo piccole licenze: lui ci sorriderebbe»
La Fanciulla del West,regia di Giacchieri, andrà in scena per il Festival a Torre del Lago il 12 luglio e in replica il 26
l’intervista
«Qualche giorno fa sono andato dal Maestro e gli ho chiesto scusa. In anticipo. Il 12 luglio (replica il 26) al festival Puccini di Torre del Lago metterò in scena la sua “Girl” con qualche licenza. Poche. Ma qualche piccola libertà me la sono presa. La più vistosa, quella dei cavalli. Puccini vuole un “numero disponibile di 60 cavalli” per La Fanciulla del West. Non credo che mai sia stata allestita una produzione d el genere».
Impossibile non credere a Renzo Giacchieri. Ne ha curate molte di regie di Fanciulla. Da sovrintendente dell’Ente lirico Arena di Verona o del San Carlo di Napoli. È anche l’opera con cui nel 1979 debutta a al festival Puccini di Torre del Lago, con Olivia Stapp , Silvano Carroli, Giuseppe Giacomini e sul podio Gelmetti.
Un debutto straordinario.
«Infatti il teatro era sempre affollato. Il pubblico adorava la Stapp, la migliore Minnie di sempre».
Eppure Fanciulla non riesce a entrare nel cuore del grande pubblico.
«Purtroppo è vero. A Verona misi in cartellone un allestimento con Carreras e Bruson. Malgrado i grandissimi nomi, fui costretto a vedere l’Arena mezza vuota».
Perché?
«Probabilmente perché non ci sono arie famose come in Butterfly o Bohéme. Ma è anche il lavoro con cui Puccini “uccide” il melodramma e diventa, il più grande compositore d’opera del ’900. Fanciulla è la vera rivoluzione perché è tutta sua: se l’è costruita parola per parola. Mai come in Fanciulla Puccini lavora anche sul libretto, creando un capolavoro che è un “continuum”».
Infatti Ravel obbligava i suoi allievi a studiarla. Ma lei se n’è innamorato a prima vista?
«Devo confessare: quando l’ho messa in scena la prima volta non mi piaceva. L’avevo vista all’Opera di Roma con Corelli ma avevo trovato ridicolo indulgere su certi sentimentalismi. Non ritenevo credibile che minatori e bari si commuovessero all’idea del cane che non li avrebbe più riconosciuti al loro ritorno o al pensiero della nonna che muore».
Poi cosa è accaduto?
«Ho chiesto aiuto al maestro Vieri Tosatti, uno dei più grandi compositori contemporanei, per studiarla seriamente. Lui mi ha fatto notare le particolarità, le assonanze con Wagner, alleggerite e supportare dal modo italiano del contrappunto. Allora ho colto lo struggimento delle frasi, la raffinatezza. E me ne sono innamorato pazzamente».
Quindi come sarà la sua Fanciulla?
«Come quella di Puccini. Il Maestro ha lasciato didascalie precisissime, perfino nella descrizione dei costumi di ciascun personaggio. Sembra di maneggiare la sceneggiatura di un film western e non escludo che ne abbia visti alcuni, nel soggiorno del 1907 in Usa».
Nessuna licenza, dunque?
«Avrei voluto avere un Sonora di colore. È un personaggio meraviglioso: grazie a lui, si arriva al lieto fine , che io rappresento con un’alba rosata, in grado di stemperare la cupa selva californiana. Ma l’interprete del cast (diretto dal maestro Alberto Veronesi per la prima) ha tratti troppo italiani per poter essere credibile, truccato da persona di colore».
Senta, ma Puccini cosa le ha risposto quando gli ha chiesto scusa per le altre piccole libertà che si è preso?
«Alla fine mi ha guardato sorridendo. Non è poco per lui, sempre con lo sguardo malinconico». —
Ilaria Bonuccelli
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