Il Tirreno

il lutto 

Addio a Ugo Gregoretti, il maestro provocatore di tv e teatro

Osvaldo Guerrieri ROMA.
Addio a Ugo Gregoretti, il maestro provocatore di tv e teatro

Il regista, attore e drammaturgo è morto a 88 anni. Cominciò con un documentario a Palazzo  Gangi: proprio quello che ispirò  Visconti per il film Il Gattopardo

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È morto Ugo Gregoretti. È morto in via delle Coppelle, in quella sua vasta casa a due passi dal Pantheon comprata, raccontava con civetteria, quando le case al centro di Roma costavano due lire. Aveva 88 anni e negli ultimi tempi si era fatto friabile: un uomo di vetro dalla chioma in aperta anarchia e dal sorriso obliquo.

Gregoretti! Come lo racconti? Come puoi spiegare lo snob con la tessera del Pci, il pigro che lavora moltissimo, il giovanotto che col matrimonio entra in una famiglia napoletana carica di titoli nobiliari e di zii cardinali, e grazie al parentado riesce ad accedere nel pericolante palazzo Gangi di Palermo, quello del Gattopardo, e vi gira il documentario che indurrà Visconti a realizzare il celebratissimo film? Il successo di quel documentario apre la strada giornalistica di Gregoretti, che con una potente raccomandazione (l’ammissione era sua) entra alla Rai, compagno di strada di Furio Colombo, Umberto Eco, Gianni Vattimo. Si stanca presto e chiede di fare l’autore. Realizza Controfagotto. Realizza lo sceneggiato Il circolo Pickwick, dal romanzo di Dickens, e subito divide con violenza l’Italia televisiva in due fazioni: quella numerosissima dei contrari e quell’altra sparuta dei favorevoli. Gregoretti continua e continuerà a lavorare per la tv (ricordiamo almeno Uova fatali da Bulgakov) ma s’invaghisce di altre sirene e, a partire dagli Anni 70, moltiplica se stesso in una quantità di ruoli e di funzioni: regista di prosa, di lirica e di cinema, attore per conto terzi (Sordi, Amelio, Scola etc.) , narratore e biografo di se stesso ». I rapporti di Gregoretti con il cinema non sono facili. Gira pochi film, da I nuovi angeli a Il pollo ruspante al fantascientifico Omicron all’autobiografico Maggio fiorentino. Il motivo, a sentir lui, è semplice: «Per molti ero un miserabile rospo che usciva dalla disprezzatissima tv e osava fare un salto nell’Olimpo del cinema». Ma Gregoretti sa come si superano le delusioni. Il teatro è lì che aspetta. Viene lodato un suo allestimento dell’Italiana in Algeri di Rossini e nel 1985 viene chiamato alla direzione del Teatro Stabile di Torino e vi resiste per quattro anni, durante i quali (ricordava) si realizza la profezia di sua nonna, secondo cui sarebbe finito sui giornali, ma in cronaca come i delinquenti. Scrittura l’amico Walter Chiari e oltre ad un fallimentare Ubu re di Alfred Jarry, gli affida l’interpretazione del Critico di Sheridan, che fa vedere i sorci verdi a chiunque. Gregoretti tocca il vertice dell’impopolarità quando decide di mettere in scena un classico piemontese, Le miserie ‘d monssù Travet di Bersezio, e chiama come protagonista il romano Paolo Bonacelli, che dovrebbe imparare il dialetto in poche settimane. Alla «prima» il Carignano si ribella. Gipo Farassino e Massimo Scaglione arringano il popolo, guidano una rivolta che impone l’arrivo della polizia. Tutti i particolari finiscono in cronaca, secondo profezia. —

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