Toscana
La svolta romantica di Savoretti «Basta con la musica fast food»
Riscoperta la canzone italiana degli Anni Settanta: «Ascolto De Andrè, Battisti, Tenco, Baglioni, ma l’artista che più ha influenzato l’ultimo album è Patty Pravo»
Due sere fa ha suonato al The Masonic, elegante auditorium di San Francisco per l’ultima tappa del suo tour americano, domani Jack Savoretti sarà di nuovo in Europa per una data nella sua Inghilterra prima di volare in Italia.
Per vederlo da noi c’è un’unica possibilità: il 5 luglio al Flowers Festival di Collegno, nel Torinese.
Jack, il suo ultimo album, “Singing to Strangers” non segue le mode del momento, anzi, guarda al passato, in particolare alla musica italiana che fu. Come mai?
«Perché ho deciso di mettere al centro il romanticismo. In un’epoca in cui è fuori moda perché adesso funziona tutto ciò che è immediato. Tutto è diventato veloce: nelle relazioni, nel lavoro... Anche la musica è diventata come il cibo fast food. Io però se devo cucinare, preferisco farlo bene. Per ritrovare l’eleganza del romanticismo ho dovuto guardare alla musica del passato. Pur parlando del presente».
Molto romantico è che a ispirare il titolo sia stata una frase di sua figlia. Ci racconta come è andata?
«Quando aveva cinque anni ha detto a un’amica che io di lavoro vado in giro per il mondo e canto per gli estranei. Mi ha fatto ridere e mi ha rimesso con i piedi per terra. I bambini dai cinque ai sette anni sono saggi».
Il singolo “What More Can I Do?” ha un sound molto Anni Settanta.
«È la canzone italiana che avevo sempre voluto scrivere. Io e il mio chitarrista Pedro Vitor Vieira de Souza ascoltiamo tanta musica italiana: De André, Battisti, Tenco e gli Anni Settanta di Baglioni, ma l’artista che ha più influenzato l’album è stata Patty Pravo. Ci sono sue canzoni come Io per lui o Tutt’al più che sembrano tratte dalla colonna sonora di Rocky, sono piene di dramma. Fermo restando che Battisti e Mogol per me sono “the best”».
Il disco è arrivato al primo posto in Gran Bretagna, se lo aspettava?
«No, mi ha sorpreso. E ma ha stupito vedere bene sia stato accolto in Gran Bretagna e quanta poca attenzione abbia avuto in Italia. Un disco fatto in Italia e ad essa ispirato. A parte Radio 2, le radio non ci hanno trasmesso. Forse è un album troppo italiano senza essere in italiano: quello che affascina me per voi magari non è così nuovo. E dire che avevo il dubbio che non avrebbe funzionato in Inghilterra...».
La sua è l’Italia vista da uno straniero?
«Mi ricorda il caso del film di Sorrentino La grande bellezza, piaciuto più agli stranieri che agli italiani. Abbiamo fatto vedere l’Italia come gli italiani non sanno più vedere».
Non crede che ci sia anche l’ostacolo della lingua? Lei canta in inglese. Glielo chiediamo ogni volta: continua a dire no alle canzoni in italiano?
«È la lingua più bella in cui si possa cantare, ma scrivere canzoni come Anna e Marco o La donna cannone è molto difficile se non hai la padronanza del linguaggio. Non voglio scrivere canzoni con cuore sole amore ho bisogno di te... Però sto pensando a un album di cover italiane». —
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