Il Tirreno

da oggi al 27 0ttobre 

“I colori dell’Italia ebraica” l’arte di un popolo raccontata attraverso i tessuti

Gabriele Rizza

L’esposizione nell’aula  magliabechiana degli Uffizi: fra i pezzi pregiati un armadio del 500  e un merletto lungo 8 metri 

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FIRENZE. L'impatto è cromatico. Una gradazione di chiaroscuri, scale, sfumature, riverberi, in un trionfo di sete colorate, di fili d’oro e d’argento. Il colpo d'occhio per chi entra nell’aula magliabechiana degli Uffizi è caleidoscopico. Merito della mostra “Tutti i colori dell’Italia ebraica”, che da oggi al 27 ottobre, a cura di Dora Liscia Bemporad e Olga Malsecchi, mette in fila 140 opere, tra arazzi, stoffe, addobbi, merletti, abiti, dipinti e altri oggetti di uso religioso e quotidiano, che per la prima volta raccontano la storia degli ebrei italiani attraverso un'arte cosiddetta minore: la tessitura. Ma che nel mondo ebraico ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nell’abbellimento di case, palazzi e luoghi di culto. «Quello che emerge – dicono i curatori - è un ebraismo attento alla tradizione, ma anche gioioso, ricco di simboli. Vi si riconosce il carattere interculturale e internazionale di questo popolo, soprattutto grazie alla varietà dei motivi sui tessuti, dove il colore predomina in maniera stupefacente». Si parte dai tempi antichi e si arriva fino alla moda del 900 e all’imprenditoria tessile moderna, affrontando temi chiave quali il ruolo della scrittura come motivo decorativo, l’uso dei tessuti nelle sinagoghe, il ricamo come lavoro segreto, il ruolo della donna. Le diverse comunità ebraiche italiane, in osmosi con la società circostante con cui si confrontavano, finivano per acquisire linguaggi ed espressioni artistiche locali: nelle opere tessili provenienti da Livorno, Pisa, Genova e Venezia, ad esempio, è manifesta l’influenza del vicino Oriente, diversamente da quelle romane, fiorentine o torinesi, che si confrontavano con il gusto dei poteri dominanti. Spiccano alcuni pezzi provenienti da musei e collezioni straniere, che conducono il visitatore alle festività ebraiche: come i frammenti ricamati provenienti da Cleveland, le due tende da New York e da Londra che insieme a quella di Firenze formano un trittico di arredi simili per tecnica e simbologia, il cofanetto della fine del 400 proveniente da Gerusalemme che, sorta di computer ante litteram ad uso della padrona di casa, tiene il conto della biancheria consumata dai componenti della famiglia, o la spettacolare tenda di manifattura ottomana dei primi del 500, prestato dal museo della Padova ebraica. Una menzione a parte meritano l’Aron Ha Qodesh, armadio sacro del 500 conservato nella sinagoga di Pisa, e il merletto lungo otto metri disegnato da Lele Luzzati per il transatlantico Oceanic. —

Gabriele Rizza

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di Redazione web