Il Tirreno

«Vi racconto la parabola di uno spirito libero» Ralph Fiennes e il suo Nureyev cullato da anni

Caterina Soffici
«Vi racconto la parabola di uno spirito libero» Ralph Fiennes e il suo Nureyev cullato da anni

Da giovedì nei cinema “The White Crow” in cui l’attore e regista inglese ricostruisce la vita e l’arte del grande ballerino e dissidente russo 

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intervista



Questo film era il sogno proibito di Ralph Fiennes. Ha accarezzato l’idea per vent’anni, da quando cioè ha letto la biografia di Rudolph Nureyev scritta da Julie Kavanagh. Ha studiato la cultura russa e la lingua. Ha combattuto per trovare i finanziamenti. Alla fine ce l’ha fatta. “Nureyev, The White Crow” (un corvo bianco in russo è uno che va contro corrente, un ribelle) racconta di come il ballerino divenne icona mediatica, superstar, simbolo dell’autodeterminazione e dell’essere libero a qualunque costo, primo dissidente a disertare l’Unione Sovietica nel 1961, proprio l’anno in cui si costruiva il Muro di Berlino.

Non è un biopic (Nureyev è impersonato dal ballerino russo Oleg Ivenko) ma grazie alla strepitosa sceneggiatura del fuoriclasse David Hare, è anche un film storico sulla Guerra Fredda e la cortina di ferro. Scena clou del film è proprio la fuga nell’aeroporto parigino Le Bourget, durante una tournée della compagnia del Kirov di Leningrado, quando Nureyev sfuggì agli agenti del Kgb e si buttò nelle braccia della polizia francese chiedendo asilo politico con la frase entrata nella storia: «Voglio essere libero». Libero rimase, ma pagando un prezzo altissimo. Tornò in patria una sola volta per rivedere la madre morente.

Fiennes, si dice che il film le ha creato problemi con i russi. È vero?

«La cosa è più complessa. Avevamo chiesto finanziamenti russi perché comunque Nureyev in Russia è considerato un grande artista ed è ancora molto ammirato. Ma è una figura ambivalente. La sua vita privata crea problemi a questo regime. Nessuno ce l’ha detto apertamente ma alla fine i soldi non sono arrivati. E comunque è difficile fare film in Russia se vieni dall’estero».

È per il fatto che era gay?

«Non è illegale essere gay in Russia. È illegale promuovere materiale omosessuale. Le autorità russe me l’hanno detto: la prospettiva del tuo film ci mette in difficoltà. E io ho risposto che non potevo fare un film su Nureyev senza riconoscere la sua sessualità. Mi hanno dato ragione, ma non è cambiato niente».

Cosa l’ha affascinata di più delle figura di Nureyev?

«La sua voglia di realizzazione. Un ragazzino poverissimo che viene dal nulla con un feroce senso della sua vocazione. Ho visto in lui la parabola di uno spirito artistico che deve volare a tutti i costi, anche a costo di perdere le persone che ama e la sua patria».

Quanto c’è di vero nella leggenda del suo egocentrismo, del suo carattere impossibile che non può sottostare alle regole del regime sovietico?

«Il personaggio è molto più complesso. Aveva una personalità estrema. È troppo semplice dire che era oppresso dal sistema sovietico. In verità il sistema l’aveva allevato e ne aveva fatto una star a Leningrado e in qualche modo aveva anche accettato il lato estremo del suo carattere. Infatti gli permetteva cose che ad altri erano negate».

Lei è un convinto europeista, è sempre stato contrario a Brexit. Non è un caso che il film esca proprio ora?

«La situazione è peggiorata da quando l’abbiamo girato. Non voglio dire che il regime di oggi sia come durante l’Urss, ma indubbiamente c’è un’ondata nazionalista di controllo su informazione, opinioni, espressione. È chiaro che in Russia non puoi dire che l’invasione della Crimea è stata sbagliata, perché rischi l’arresto. Ora è appena passata una legge che punisce chi in Internet scrive cose giudicate contro lo Stato».

Che ruolo può avere l’Europa?

«Sarò un idealista ma penso che l’Europa rappresenti la forza di una democrazia aperta e liberale e tollerante, aperta a diverse etnie e sessualità. In una parola, il simbolo dell’apertura. Ma tutto è continuamente minacciato dal terrorismo, dall’immigrazione di massa di rifugiati e la gente teme che il proprio senso di nazione venga compromesso».

Torniamo ai tempi dell’Urss?

«Mi sembra che allora tutto fosse binario, mentre oggi non sappiamo realmente dove il nazionalismo e il populismo si nascondono in agguato, pronti a colpire. Ho paura che una Europa più debole si possa dividere e che i diritti civili vengano minacciati».

È vero che lei è molto popolare in Russia? Che la gente la ferma per la strada?

«È un’esagerazione. Sono conosciuto, ma non a questo livello».

Nel film parla russo. L’ha finalmente imparato?

«Nel corso degli anni ho preso lezioni a intermittenza. Quello che mi servirebbe sarebbe un periodo lungo in Russia, per portare il mio russo fuori dal pantano».

Teatro e cinema, quale palpita di più nel suo cuore?

«Ho appena finito una produzione di Antonio e Cleopatra. Alla fine ritorno sempre lì, al mio amato Shakespeare». —



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