Il Tirreno

«Napoli, la musica, l’amore e l’arte varia. Porto in tv i 28 anni dell’Orchestra italiana»

Fabio Canessa
Renzo Arbore, 82 anni, torna in televisione
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Renzo Arbore, 82 anni, torna in televisione

Renzo Arbore da domani su Rai5. «La canzone partenopea è la mia forza. E ora una trasmissione su Boncompagni»

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Renzo Arbore torna in televisione: da domani sera, ogni mercoledì in prima serata su Rai5 andrà in onda "Ll'arte d' 'o sole", un programma in tre puntate che raccoglie il meglio di 28 anni con l'Orchestra Italiana. Ed è solo il primo di una serie di progetti televisivi che lo terranno impegnato per l'intera prossima stagione. «Così accontenterò tutta quella gente che mi ferma per strada e mi rimprovera di non fare più televisione».

E anche quelli che si lamentano per la mancanza di programmi musicali di qualità.

«La vulgata dice che in tv la musica non funziona, ma io devo tutto alla musica. Il segreto delle mie trasmissioni è mutuato dal jazz: scelgo un tema (che io, memore dei miei studi di giurisprudenza, chiamo la "ragione sociale"), poi ci costruisco sopra improvvisazioni, sketch e così via. Cercando sempre di equilibrare parlato e cantato, di coniugare musica e sorriso».

“L’arte d' 'o sole" seguirà la medesima formula?

«Certo, una miscela di arte varia tra swing, chiacchiere, gag, aneddoti e cultura di Napoli nella bellissima scenografia marina di Cappellini e Licheri. Sarà una scorpacciata di canzoni in tutto il mondo, da Rio De Janeiro alla piazza Rossa di Mosca, dall'Olympia di Parigi al Radio City Music Hall di New York, grazie allo straordinario lavoro di montaggio di Emiliano Pontone, che ha creato un collage musicale strepitoso, con ospiti del calibro di Ray Charles, Dulce Pontes e Renato Carosone.

I concerti che l'hanno tenuta lontana dalla tv.

«Molti pensano che l'Orchestra sia stata per me un diversivo per non fare tv, dopo successi trionfali come "Quelli della notte" e "Indietro tutta". Invece era un'esigenza di vita».

Quella di divulgare la canzone napoletana nel mondo?

«Un'esigenza nata dal rammarico per tanti artisti napoletani ignorati o sconfessati. La loro è una tradizione meravigliosa che va dall'Ottocento a Pino Daniele: canzoni classiche dai testi semplici e poetici e dalle melodie stupende».

E perché allora sono state snobbate?

«Per un pregiudizio di certi intellettuali di sinistra, infastiditi dal fatto che fossero canzoni scritte da borghesi. A parte Gambardella, tutti gli altri, da Libero Bovio a Salvatore Di Giacomo, da Lama a Fiore, erano borghesi. Però le canzoni arrivavano al popolo».

Il pregio maggiore della canzone napoletana?

«La parola "amore" declinata in modo più ampio che in tutte le canzoni del mondo: c'è l'amore tradizionale, puro, retorico, solare, quello del tradimento e dell'abbandono, quello della chiacchiera. Per questo in "Ll'arte d' 'o sole" ci sarà Maurizio Casagrande a declamarle come poesie».

Pochi giorni fa è scomparso a New Orleans il grande Dr. John; da una sua canzone è nata "Smorz' 'e lights".

«La lingua napoletana permette rime tronche, per cui trasformai la sua "Such a night" in "Smorz' 'e lights". Tra New Orleans e Napoli c'è un parallelo forte: entrambe hanno avuto la dominazione francese, da cui il rito dei funerali con la banda, entrambe hanno uno scrigno di una cinquantina di canzoni vissute dai loro abitanti e poco note altrove. Per me Dr. John era un punto di riferimento, come Leon Redbone, anche lui purtroppo morto la settimana scorsa».

Anche Redbone era un grande fuoriclasse, da noi misconosciuto.

«Un personaggio fuori ordinanza, dalla voce sommessa e swingante, con una grazia e una tecnica chitarristica uniche. Impressionò Bob Dylan e anche Dr. John lo adorava. A me ricordava Paolo Conte».

Il suo repertorio era di canzonette americane della tradizione.

«Ma il suo punto di forza era la carica espressiva. Ricordi: per le canzoni popolari, napoletane o americane, la cosa più importante è l'espressività»

Anche la Toscana ha un repertorio popolare che meriterebbe di essere valorizzato.

«Come no? Soprattutto Odoardo Spadaro: nessuno ricorda che è stato il primo cantautore italiano. "Sulla carrozzella", "Il valzer della povera gente" e "La porti un bacione a Firenze" rappresentano, insieme a "Mattinata fiorentina", la canzone toscana tradizionale: quella di Narciso Parigi, che ospitai anche in una mia trasmissione, di un personaggio come Riccardo Marasco, che fu l'erede di Spadaro, e della bravissima folksinger Caterina Bueno. Tra i giovani, oltre a Stefano Palatresi, mi piace ricordare Gino Pollazzi, un ragazzo fiorentino scomparso prematuramente. Oggi apprezzo molto Gli amici di Chianti, che mantengono viva la canzone fiorentina: li ho consigliati a Carla Fendi per festeggiare il compleanno del marito, appassionato di canzoni toscane, è stato un trionfo».

Quest'estate la vedremo spesso in tv: oltre a "Ll'arte d' 'o sole", su Rai2 il 17 giugno andrà in onda uno speciale di "Guarda stupisci", con Nino Frassica e il 24 "Io faccio 'o show" dal Teatro Regio di Parma. E per l'autunno?

«Sto lavorando a una trasmissione dedicata all'amico Gianni Boncompagni e soprattutto al progetto più ambizioso della mia carriera. Negli studios della mia casa romana animo un canale, il Renzo Arbore Channel, visibile sul mio sito (www.arboristeria.it) con delle chicche televisive e cinematografiche prese dalla rete, che il pubblico generalista non vede e che il pubblico dei millennials non conosce. Sto pensando di portare questa idea in televisione in un programma che dovrebbe valorizzare questo archivio».

Elvis Costello è appena stato nominato sir"per i servigi resi alla musica. In Italia potrebbero nominare Cavaliere Renzo Arbore con la medesima motivazione. «Per carità, mi basta essere Grand'Ufficiale per la Lega del Filo d'Oro. Non voglio essere monumentalizzato: sono ancora animato da una grande voglia di comunicare». —
 

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di Redazione web