Italia
Giuseppe, 15 anni pieni di terrore nella maledetta estate del 1944
Gli eccidi nazisti in Lunigiana a ridosso della Linea Gotica e quel rastrellamento che rese il ragazzino uno schiavo
È la maledetta estate del 1944 per la Toscana. Tra giugno e settembre, la regione è attraversata dal passaggio del fronte della Seconda guerra mondiale: l’esercito angloamericano ora accelera, ora rallenta l’avanzata da sud, mentre le forze partigiane entrano in fibrillazione per liberare le città e i territori dall’occupazione nazifascista nel più breve tempo possibile. Ogni conquista è preceduta e accompagnata da terribili spargimenti di sangue.
La situazione più difficile la vivono le popolazioni stanziate a nord, a ridosso della famigerata Linea Gotica, l’estrema difesa edificata dal comando tedesco tra la costa tirrenica e quella adriatica all’altezza dell’Appennino tosco-emiliano. Massa e Carrara, le terre incantate dell'Apuania e della Lunigiana, sono proprio lì, all’estremo vertice occidentale di quella linea di morte. È lì Podenzana, il paese in cui nasce e cresce Giuseppe Boni, un ragazzo di 15 anni all’inizio di quella maledetta estate del 1944. Un ragazzo normale, che frequenta la scuola di avviamento professionale alla Spezia: come racconta nel diario che ha lasciato in custodia all’Archivio di Pieve Santo Stefano, ancora fino a tutto il 1942 la sua vita e le sue giornate seguivano un andamento “normale” nonostante lo scoppio della guerra.
La sveglia presto, la partenza da Podenzana alle 6,30 di mattina, il pullman fino alla scuola, la giornata sui banchi e con i compagni, il ritorno a casa la sera. Boni ama il suo territorio al quale dedica pagine di descrizioni accurate: «La mia casa si trova al confine con Aulla, dalla quale è divisa da un ponte sopra il fiume Magra. È una zona di transito per raggiungere il passo della Cisa e quello del Cerreto. Non è molto estesa, ma è caratteristica in quanto è posta sul fiume Magra e sul suo affluente Aulella. La Magra, proprio ad un lato di Aulla nelle vicinanze del ponte, allarga molto il suo letto. Quando è in piena lo spettacolo è maestoso». Un territorio che a partire dalla seconda metà dell’agosto ‘44 sarà teatro di una feroce ondata repressiva nazista, scatenata da un episodio al quale Boni accenna nella sua testimonianza.
È l’eccidio di San Terenzo, l’inizio di una catena di massacri che si prolungai fino alla meta di settembre in Apuania. La dinamica non si distacca da quelle tristemente note in molte altre circostanze in molte altre parti della Toscana e dell’Italia. L’ennesimo sopruso da parte degli occupanti scatena la reazione della popolazione civile e dei partigiani, che il 17 agosto attaccano e uccidono 16 militari tedeschi. Nell’immediato la ritorsione, indiscriminata, provoca l’uccisione di 159 persone in totale. Nei giorni successivi toccherà anche a Vinca, Gragnola, Monzone, Tenerano.
Alla fine si conteranno circa 400 vittime in poche settimane, oltre a un numero imprecisato di innocenti strappati alla propria terra, imprigionati e deportati nei campi di lavoro. Tra i quali il giovane Boni, che transiterà dall’isola di Palmaria di fronte a La Spezia per arrivare, schiavizzato, a Berlino dove riuscirà a sopravvivere fino al crollo del Reich e alla fine della guerra. Tornerà a casa, ma porterà dentro di sé per tutta la vita il segno indelebile del rastrellamento subito in quella maledetta estate del 1944.
Il diario
Noi, nudi e trattati come animali in quel lugubre castello
Poi il viaggio ammassati nel camion fino al mare, l’incanto del golfo di Portovenere, ma è solo l’inizio della deportazione
Ecco alcuni brani del diario di Giuseppe Boni, nato a Podenzana nel 1928. Il diario è conservato nell’archivio di Pieve Santo Stefano
22 AGOSTO 1944
Mi svegliano di soprassalto urla e comandi perentori di soldati tedeschi. È l’alba. In fretta indosso un paio di pantaloncini, la solita maglietta e mi affaccio sulla porta di casa per vedere cosa sta succedendo. Di fronte a me avanza un ufficiale tedesco. È alto, magro, porta sul capo un berretto con la visiera. Ha uno sguardo truce che incute paura, rotea il suo frustino e mi grida: «Komm, Komm». Non capisco. Senza tanti complimenti mi afferra e mi spinge nel gruppo degli altri prigionieri.
«Ora mi uccideranno. Saremo tutti fucilati sul posto come già è accaduto altrove», penso e mi sento pervadere dall’angoscia. Gli ordini brutali dei soldati tedeschi si susseguono mentre continuano a perquisire le case e a catturare tutti gli uomini che trovano. Poi senza indugio a piedi scendiamo verso Aulla, attraversiamo il paese e raggiungiamo il castello di Terrarossa a tre chilometri di distanza. Terrarossa si trova alla sinistra del fiume Magra; è una piccola frazione con case in parte allineate di fianco alla chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Avevo già visto il castello altre volte, ora però mi appare sinistro e lugubre.
Qui ho il primo triste impatto con la realtà. Una realtà cruda e violenta che mi colpisce come una scudisciata terrorizzandomi e sconvolgendomi. La mia felicità, la mia vita fatta di cose pure, semplici, che consideravo mie di diritto, crollano, mi sfuggono di mano, s’infrangono contro questo sopruso alla mia libertà, alla mia volontà.
E mi ritrovo ad eseguire gli ordini sotto la minaccia delle armi e non posso far altro che obbedire anche se dentro di me sento scatenarsi un uragano di sensazioni ribelli che cerco di frenare e di reprimere. Capisco perfettamente che sarebbe una rivolta inutile che non mi porterebbe nessun beneficio. Così entro con gli altri prigionieri in una vasta stanza e quando sento l’imposizione, gridata con tono autoritario, di spogliarsi, obbedisco come un automa depositando i miei abiti ai miei piedi. E resto lì nella mia drammaticità, nudo per la prima volta davanti a degli estranei che mi scrutano, mi osservano come se fossi una bestia rara. E una bestia mi sento o meglio un verme inutile, misero, che si può calpestare, schiacciare e gettare. Mentre sto vivendo in quest’aura di timori, di prostrazioni, di umiliazioni, scorgo accanto a me il parroco di Giovagallo, un paese vicino a Podenzana, nudo pure lui; con le mani si nasconde il sesso. Rannicchiato in se stesso appare grottesco, sembra più un animale spaventato che un uomo. Il suo torace villoso m’impressiona, il suo sguardo d’intenso avvilimento mi turba, la sua tonaca e i suoi indumenti intimi raccolti in un mucchio accanto a lui sul pavimento, hanno qualcosa di profano, di sacrilego.
Restiamo nudi per più di un’ora mentre un medico passa in rassegna il nostro corpo per accertarsi che non si abbiano malattie infettive della pelle. Sento parlare di scabbia e di tifo petecchiale per la prima volta e davanti a me appare all’improvviso un mondo sconosciuto fatto di orrori, di obbrobri e di infamie. Passo una notte terribile in una grande stanza del castello in una promiscuità che mi rende infelice, che mi fa provare i primi disinganni della vita. È una disperata ammucchiata di uomini che vanno perdendo la loro personalità. Io, ragazzino, che faccio fra loro? Dov’è finita la mia spensieratezza? Chi si è arrogato il diritto di fare di me un prigioniero?
23 AGOSTO 1944
Non ho potuto dormire. Sdraiato sul pavimento ho trascorso ore e ore immerso in una cupa amarezza. L’alba mi ritrova confuso e disorientato mentre dentro di me dilaga sempre di più l’angoscia. Mio Dio, quali prove mi attendono ancora? A chi mi devo rivolgere, a chi devo aprire il mio animo per ritrovare un po’ di serenità, per convincermi che l’odio nazista non si scatenerà su di noi in seguito agli avvenimenti accaduti il 17 agosto scorso a San Terenzo Monti, un paesino a pochi chilometri da Podenzana, dove i partigiani hanno avuto scontri sanguinosi con le SS? La rappresaglia da parte delle truppe di occupazione è stata terribile. Ne ho sentito palare in casa, nelle strade. Erano racconti sussurrati come per attenuarne l’orrore. Racconti raccapriccianti di stragi compiute su innocenti: donne, vecchi, bambini, adolescenti. E li ascoltavo come se appartenessero ad un altro mondo, lontano da me, dove non avrei mai vissuto, un mondo sconosciuto molto dissimile dal mio, ricco di umanità e di amore.
Un soldato tedesco entra da padrone nella stanza: «Snell... snell si parte», dice bruscamente. Interrompo il mio soliloquio ed esco con gli altri rastrellati all’aperto. La giornata è limpida, il cielo è di un turchino splendente, il sole indora la natura in pieno rigoglio ed io quindicenne privo di tutto tranne della mia disperazione, cammino brancolando, cercando una spiegazione di quanto mi sta succedendo. Non riesco a capire più niente, rivedo solo tutto quello che ho vissuto dal momento della cattura: il soldato tedesco che mi ha preso e gettato nel gruppo dei prigionieri, la mia nudità, il medico, il lugubre castello, la notte d’insonnia. Sono immagini che non se ne vanno, che non si possono dissolvere, che ormai fanno parte di me.
Cupo e disperato salgo su un camion con altri quaranta uomini e dopo un viaggio di circa due ore, mi ritrovo a Portovenere nel golfo di La Spezia. Non l’avevo mai vista. Il mare azzurro e nitido m’induce a sognare ad occhi aperti. Per un momento dimentico di essere un prigioniero e continuo a volgere lo sguardo attorno. Ogni cosa è bella ed irreale. Portovenere è una località da favola. Osservo affascinato la punta rupestre dove sorge la chiesa di San Pietro. Più sotto, solitarie ed abbandonate sul pianoro di roccia, le torri circolari. Poi immergo lo sguardo nella contemplazione della baia sottostante. I giochi di luce dei raggi del sole sulla superficie del mare m’incantano. L’acqua è trasparente e la conformità del fondo sabbioso dà origine, a causa dei riflessi, a rombi fluorescenti che appaiono e scorrer paiono con intermittenza. Le figure geometriche non hanno delle linee ben definite e il loro contorno in movimento è un susseguirsi di puntini luminosi. Non avevo mai visto niente di così spettacolare. Mi sembra che il sole voglia scherzare col mare.
Un ordine secco mi distoglie dall’estasi: «Snell... snell, salire sul peschereccio». Mi volto di scatto. Qualcuno mi sospinge verso la barca. Mi sento simile ad un fuscello sospeso fra terra e cielo che si dibatte, incalzato dal vento, per cercare di approdare in un luogo sicuro, più stabile, più idoneo. Quel fuscello, in balia di una forza preponderante, ora non si dibatte più. Accetta il suo destino. Ed io, come lui, privo di forze, di desideri, mi lascio andare alla deriva trasportato dall’inevitabile sorte alla quale non posso oppormi. La barca lentamente si allontana dalla banchina e va.
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