Il Tirreno

PRATO

Pecci, l’arte di portarci a ballare nelle discoteche del mondo

Maria Lardara
Pecci, l’arte di portarci a ballare nelle discoteche del mondo

Apre oggi la mostra “Night Fever. Design Club Culture 1960-Today”  che celebra la cultura pop in un viaggio tra locali notturni, architettura e design 

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New York, quarant’anni fa. Coppie scatenate in pista. Giovani, sfrenate, sensuali. Una ragazza ha caldo, si porta su i capelli. Non ha le scarpe, non ha il reggiseno. Sono le notti di libertà immortalate in un’istantanea in bianco nero della discoteca “Xenon”, in mostra da oggi al Centro Pecci di Prato fino al 6 ottobre. Nel 1979, la Grande Mela bruciava di gioia. Impazzava la febbre del sabato sera. Due anni prima si era alzato il sipario dello “Studio 54” con gli arredi firmati dall’architetto Scott Romley e dal designer d’interni Ron Doud. Divenne un luogo d’incontro amato dagli idoli del culto delle celebrità: è qui che Bianca Jagger faceva sempre il suo trionfale ingresso in sella a un cavallo bianco. No, sbagliereste a pensare che la mostra “Night Fever – Design Club Culture 1960 – Today” sia solo un viaggio indietro nel tempo che profuma di amarcord. Un “Così ballavamo” dagli anni Sessanta in poi, un affresco della movida dei tempi che furono in chiave vintage, per i nostalgici del divertimento. Prodotta dal Vitra Design Museum e Adam – Brussel Design Museum, la mostra approdata al Pecci di Prato (unica sede italiana) celebra il matrimonio tra architettura, design e discoteche.

Perché le discoteche erano epicentri della cultura pop, luoghi di sperimentazione capaci di parlare più linguaggi: musica, architettura, design, moda. Prendete l’intramontabile “Piper Club” di Roma, ad esempio. Fu realizzato nel 1965 da un gruppo di architetti associati: lo studio Capolei Cavalli. La mostra segue un percorso cronologico che si dipana dalle discoteche degli anni Sessanta che, per la prima volta, trasformano il ballo in un rito collettivo da officiare in un mondo fantastico fatto di luci, suoni e colori in cui immergersi. È sulle note della disco music che si torna (virtualmente) a scatenarsi in quel tempio della subcultura newyorchese che era l’Electric Circus (1967). Fu progettato dall’architetto Charles Forberg e dal famoso studio Chermayeff & Geismar che, con il suo carattere multidisciplinare, influenzò anche i club europei, tra cui lo Space Electronic di Firenze (1969) concepito dal collettivo Gruppo 9999. Ne gustiamo la magica atmosfera in uno scatto del 1971, anche quello in mostra. Si resta in Italia o con il Bamba Issa (1969), la discoteca sulla spiaggia di Forte dei Marmi progettata dal Gruppo Ufo e ispirata al fumetto di Topolino del 1951, “Paperino e la Clessidra Magica”.

Non solo film, fotografie d’epoca, abiti e opere d’arte: la mostra al Pecci si arricchisce di installazioni sonore che accompagnano il visitatore in un viaggio affascinante in un universo glamour, popolato da sottoculture. Un omaggio al popolo della notte, un modo per ripensare dalla prospettiva del design la storia di tanti club, costretti a chiudere negli ultimi anni, complici in qualche caso gli affitti troppo alti. Luoghi che hanno cambiato nome e gestione, ma rimangono ancora nell’immaginario collettivo di un’epoca. All’alba del nuovo millennio, lo sviluppo della club culture diventa più complesso. Molti club vengono spinti fuori dai paesaggi urbani, sopravvivono come tristi monumenti di un passato edonistico. Curata da Jochen Eisenbrand, Meike Wolfschlag, Nina Steinmüller, Catharine Rossi ed Elena Magini, “Night Fever” è visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 20, il venerdì e il sabato dalle 10 alle 23 (chiuso il lunedì).

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