Il Tirreno

LA RICORRENZA 

25 anni senza Troisi: un lampo luminoso durato troppo poco per il cinema italiano

Francesca Lenzi
25 anni senza Troisi: un lampo luminoso durato troppo poco per il cinema italiano

Morì il 4 giugno 1994, a 41 anni, alla fine delle riprese de “Il Postino”. Un poeta timido e profondo, un sognatore tra Eduardo e Totò

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«Chi t’ha dett’attè di fa tutt’e ccose ind’a sei juorn?! No, no tu tenevi l’eternità annanzi, jevi con calma e faciv’eccose per bene. No, no, no, secondo me haje volut fa nu poco o’ spaccone!». È bello immaginarselo così, mentre dialoga con Dio come nella Smorfia, accusandolo di aver fatto il mondo troppo in fretta. Creando animali strani e disgraziati, come l’ippopotamo sempre dentro l’acqua combinato in quella maniera. O come la foca, alla quale si è dimenticato di fare le zampette.

Sono già passati 25 anni da quando Massimo Troisi se n’è andato. Era il 4 giugno del 1994 e le riprese del Postino erano finite da poche ore. Non avrebbe dovuto girarlo quel film. Era malato. Sin da giovane lottava con uno scompenso alla valvola mitralica e, appena prima che iniziassero le riprese, venne a sapere dai medici di Houston (dove si era operato da ragazzo) di aver bisogno di un altro intervento. Rimase in ospedale per più di un mese e mezzo e ne uscì consapevole di dover sottoporsi a un trapianto. «Magari più tardi», deve aver pensato Troisi che quel film con Philippe Noiret lo voleva girare. C’è riuscito, e poi basta.

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Un azzardo finito male, direbbe qualcuno. Più semplicemente il Pulcinella senza maschera, nato a San Giorgio a Cremano 41 anni prima, era abituato a giocare a nascondino con la morte. Tanto da scherzarci, fra il riso e l’amaro, sul palcoscenico e sul set. Ricordati che devi morire… sì sì, mo’ me lo segno. È stato un dono, Troisi. Lo è stato per il cinema italiano, e non solo. Un lampo luminosissimo nel mondo dello spettacolo, capace di un umorismo fatto di ironia, tenerezza e disincanto. Erano giovanissimi lui, Lello Arena ed Enzo Decaro quando hanno dato vita alla Smorfia, nome ideato dalla direttrice del San Carluccio, Pina Cipriani, davanti al ghigno di Troisi alla domanda «Come vi chiamate?».

Sketch, o meglio, mimi atti per tre di immediato successo. Il più famoso quello dell’Annunciazione, con un confuso arcangelo Lello Arena che scambia Troisi, moglie di un pescatore, per la Vergine Maria. Notevole anche la fine del mondo, con l’entrata in scena del minollo, misteriosa specie animale in cerca di un posto sull’arca di Noè. La smorfia è soprattutto Troisi, comico e poeta fra sacro e profano, umile e altissimo, riverbero di una Napoli diversa dai soliti cliché. Un poeta timido, un sognatore che parla con la voce, gli occhi, le mani, con tutto il corpo. Dal teatro al cinema, Troisi esordisce dietro la macchina da presa nel 1981, lanciato dal produttore Mauro Berardi, con Ricomincio da tre. Costato circa 450 milioni, il film incassa al botteghino 14 miliardi.

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Due anni più tardi sarà la volta di Scusate il ritardo, e nel 1984 fa coppia con Roberto Benigni in Non ci resta che piangere. L’uno toscano, l’altro napoletano, creano su un semplice canovaccio un’alchimia umoristica memorabile. Il napoletano esteriormente pian piano si smorza, ma l’identità di Troisi resta ben definita fra le pieghe di un autore che fa cinema, o più semplicemente arte, secondo un’urgenza personale, di fronte a una macchina da presa che ne registra l’esistenza, senza avere la pretesa di cambiare gli eventi.

Con un approccio più “sbadato” e personale di Eduardo De Filippo e meno materiale ed esplosivo di Totò, Troisi reinventa i canoni mettendo in scena se stesso, artista e uomo innamorato dell’amore, imperfetto protagonista sul palcoscenico della vita. Ettore Scola ne capì la grandezza e girò con lui tre film, Splendor, Che ora è?, entrambi in coppia con Mastroianni, e Il viaggio di Capitan Fracassa, ma Troisi chiude il sipario con Il postino, film testamento di un poeta che parlava con l’anima a un Dio nu poco spaccone, che ha avuto fretta di fare il mondo.

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