Il Tirreno

Dalla scuola del Pci al Sessantotto “Il sogno mancino” del giovane Mario

di Nicola Maranesi
Una manifestazione di protesta degli studenti durante il Sessantotto a Pisa (Foto Luigi Burroni)
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Una manifestazione di protesta degli studenti durante il Sessantotto a Pisa (Foto Luigi Burroni)

Classe 1950, pisano, Pellegrini ricorda gli scontri con le forze dell’ordine e le lotte nei consigli di fabbrica

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“Il sogno mancino”. Un sogno che ha radici nell’infanzia, che diventa pratica e militanza quotidiana negli anni della gioventù, tra battaglie, successi e sconfitte che proseguono nella vita adulta, nella fabbrica e oltre, fino a oggi. “Il sogno mancino” è il titolo che Mario Pellegrini, nato a Pisa nel 1950, ha dato alla memoria di vita che ha scritto e depositato all’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano. Un titolo che anticipa tutto sulla sua biografia: cresciuto con uno zio monsignore e un nonno anarchico, che sin da giovane ha aderito al Partito Comunista divenendo segretario di zona. Le scuole del Pci a Bologna e a Roma, quella storica delle Frattocchie, le manifestazioni in piazza e i lutti per i compagni caduti, gli scontri con le forze dell’ordine e poi l’ingresso nel mondo del lavoro. Prima come dipendente di una vetreria, poi di una fonderia, dove entra nel consiglio di fabbrica ed è eletto nel direttivo provinciale del sindacato dei metalmeccanici Fiom-Cgil.

Quella di Mario è una traiettoria di vita comune a milioni di italiani nati nel secondo dopoguerra e cresciuti nell’alveo della cultura comunista, coltivando un “sogno”, appunto, che nella migliore delle sue interpretazioni ambiva a creare una società più equa e più giusta, a redistribuire le ricchezze. La spinta verso quella direzione Pellegrini la avverte sin da piccolo, quando si trova a scegliere tra il fascino dello zio monsignore e quello che invece esercita su di lui un prete di campagna, marcatamente più vicino alle istanze popolari. Le pagine in cui racconta le piccole imprese di questo parroco sono spassose tanto quanto sono amare quelle ambientate negli anni Sessanta, il periodo delle contestazioni, durante il quale Pisa – anche per la presenza dell’importante polo accademico della Normale - diventa terreno di scontri anche cruenti. Per Pellegrini la memoria è anche l’occasione per ricordare alcune delle numerose morti di giovani compagni avvenute in quegli anni, in circostanze spesso oscure, mai chiarite. Soprattuto una, dalla quale tra poco saranno trascorsi cinquant’anni: il 27 ottobre 1969, a Pisa, negli scontri fra polizia e militanti della sinistra che protestano contro le attività dei neofascisti e contro la dittatura in Grecia, muore lo studente Cesare Pardini, colpito da un candelotto lacrimogeno. È una tragedia che l’Italia in qualche modo attende: i confronti sempre più duri tra polizia, studenti e operai si erano ripetuti lungo l’intero corso dell’anno. Ma viene presto dimenticata: il 12 dicembre 1969 si compie la strage di piazza Fontana, a Milano. Muoiono 17 persone e 88 restano ferite. È l’inizio riconosciuto della “strategia della tensione” che ha nei fatti di Pisa e nella morte di Pardini un precedente ignorato dalla storia e obliato dalla memoria ufficiale, pubblica. Non da quella popolare, privata, che attraverso la penna dei testimoni di allora, come Mario Pellegrini, continua a ricordare.

Il diario

Quel prete che per mangiare cantava bandiera rossa
«Avevo uno zio monsignore ma ero attratto da un sacerdote vicino al popolo. Una volta alla processione della Madonna...»

Erano i tempi in cui nelle aule c’erano il profumo delle matite, i banchi neri di legno stantio, e noi ragazzi con il grembiule ed il fiocco blu. A quel tempo era obbligatorio pregare, era obbligatorio andare in bagno quando te lo concedevano i maestri, era obbligatorio e basta. Mio zio era un monsignore, di quelli con la toga nera fino ai piedi ed il cappello porpora se non vado errato. Più tardi ho scoperto che era anche un prete benestante, era laureato in lettere e quindi arrotondava bene già a quel tempo.

Comunque io mi sentivo di più attratto da un altro prete, un prete di una parrocchia povera di monte, che per mangiare veniva spesso ad aiutarlo nelle sue funzioni. A quel tempo il proselitismo mio zio lo faceva la domenica mattina, offrendo ai ragazzi il latte al cioccolato che molto generosamente gli donavano gli americani di Camp Darby, una grande base americana tra Pisa e Livorno. Naturalmente il mio amico prete povero, ogni domenica mattina, era sempre puntuale a quella ricca colazione. In una di queste occasioni molto ricche per lui, la colazione tardava e don Baldo inutile dirlo aveva una fame tremenda, non riusciva a stare fermo, si alzava e si sedeva su quella sedia scricchiolante e con le mani si agitava di continuo il basco nero che portava sempre sul capo. Ad un certo momento mi guardò intensamente e con uno strano sorriso tra il divertito e l’arrabbiato mi disse: «Mario se ’r tu’ zio ’n ci porta la cioccolata, s’incomincia a canta’ bandiera rossa, vedrai ’ome ’orre». Io francamente non sapevo cosa fosse quel canto, ma quando lui lo cantò, come per magia la cioccolata fu portata sul tavolo.

Naturalmente si prese dei forti rimproveri da mio zio, che lo chiamò anche "diavolo di un pretaccio" ma però mangiò, e a me parve di capire che quando qualcuno aveva fame, doveva cantare bandiera rossa, per lo meno un poco mangiava. Questa fu la prima lezione del mio amico prete, la seconda avvenne in occasione della festa religiosa per la Madonna delle grazie. La processione della Madonna delle Grazie, era la festa più importante della parrocchia povera di don Baldo. I fedeli accorrevano anche dai paesi vicini, e le offerte avrebbero permesso a don Baldo di tirare avanti bene per un bel po’ di tempo. Ma come si suol dire, quando il diavolo ci mette la coda! Visti i successi precedenti di quella manifestazione, mio zio pensava bene di far sconfinare la processione nel territorio della sua parrocchia, così le offerte sarebbero state divise, ma inutile dirlo, questa cosa a don Baldo non andava proprio giù e qualche giorno prima dell’evento, con un atteggiamento fermo e serio che non lasciava presagire nulla di buono, mi disse: «Mario ’r tu zio fa ’r furbo, ma vedrai lie gli ’ombino». Questo prete mi attraeva, perché sentivo nella sua rabbia come un primitivo senso di giustizia.

Arriva il giorno della processione, fedeli a centinaia, carabinieri in alta uniforme con i pennacchi colorati, posizionati ai quattro angoli della portantina, sulla quale era sistemata la statua della Madonna delle Grazie che era portata a spalle da robusti contadini, vestiti con delle toghe bianche lunghe fino ai piedi ed il mio amico prete davanti, conduceva la processione giù per una stradina fiancheggiata da un torrente. Quando la processione arrivò al confine della parrocchia, mi resi conto di cosa stava per accadere. Il mio amico don Baldo si fermò e girandosi verso i fedeli che smisero di pregare e cominciarono a bisbigliare (perché naturalmente era una cosa inconsueta), lui allargò le braccia e con una voce imperiosa disse: «Fermi tutti! di ’vi la Madonna ’n passa». I fedeli erano sbigottiti, ed i carabinieri cercarono di convincere don Baldo che irremovibile disse: «Se fate ’n artro passo prendo la Madonna e la butto ne ’r vallino». In molti gridarono: «Ma sig. curato cosa dice? È la Madonna» e lui severamente esclamò: «State zitti cretini ’vesta è l’effigie, la Madonna vera sta ’n cielo», sommessamente i fedeli fecero dietro front e tornarono alla chiesa di don Baldo che per qualche mese assieme alla minestra, mangiò anche un poco di companatico. Questa seconda lezione, mi fece capire che per mangiare don Baldo in qualche modo aveva lottato, senza offendere né Dio né la Madonna. Fui inviato a Bologna all’istituto Marabini (istituto di studi comunisti). Lì appresi tutta la terminologia politica di base che mi sarebbe servita poi per quella scuola che in teoria mi avrebbe fatto diventare un dirigente comunista.

Difatti dopo poco fui inviato alla scuola di partito delle Frattocchie a Roma, una bella villa sull’Appia Antica che era stata in tempo di guerra sede di un comando nazifascista e che in seguito era divenuta proprietà del partito. Il giorno successivo tra compagni e compagne provenienti da tutta l’Italia eravamo una sessantina, fummo divisi in gruppi di studio di quattro persone ed ebbe inizio il programma. Studiavamo otto ore al giorno. Per lo più eravamo tutte persone non abituate a studiare così tanto e lo facevamo anche con passione, poiché dovevamo diventare i cosiddetti rivoluzionari di professione (in realtà significava funzionari di partito) e poi perché eravamo anche pagati dal partito al pari di un operaio che lavorava in una qualsiasi fabbrica. Così passò il primo mese tra studio e dibattiti. Gli insegnanti erano principalmente i grandi dirigenti del partito, i fratelli Paietta, Nilde Iotti che in seguito sarebbe diventata presidente della Camera, Berlinguer, Napolitano e così via. Roma a quei tempi (erano gli anni sessanta) era una fucina di iniziative giovanili. In ogni luogo fiorivano gruppi spontanei d’iniziativa politica "rivoluzionaria". Nel vecchio Pci iniziavano le prime contestazioni ufficiali. Aspre critiche all’Urss che fino a quel tempo era stata considerata la mamma. Basti pensare che dopo l’intervento dell’Unione Sovietica in Cecoslovacchia, chiuse i battenti l’istituto di studi comunisti Marabini di Bologna, finirono male riviste importanti del partito o collaterali come "Noi donne", "Vie nuove". Anche Pisa ormai era in fermento, quasi tutti i giorni c’erano scontri con la polizia, nell’arco di poco tempo i feriti non li conto, ma purtroppo ci furono morti tra i giovani. Ricordo Pardini, giovane studente indipendente che forse non c’entrava niente con la protesta, ma fu ucciso da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo. Serantini, morto in caserma per le percosse subite, Soriano Ceccanti, una pallottola nella spina dorsale, davanti alla "Bussola" di Viareggio che lo ha reso paralizzato a vita. Io un giorno mi trovavo in largo Ciro Menotti, una piccola piazza in borgo stretto a Pisa.

Con me c’erano circa trecento persone. Alcuni con le chitarre cantavano canzoni di protesta, eravamo lì contro l’uccisione di Che Guevara. Arrivò un tizio in borghese, disse che era l’ora di finirla e dovevamo sgombrare. Nessuno si mosse. Quello tornò di nuovo con una fascia tricolore ed un trombettiere in divisa accanto a lui, il quale dopo il suo ordine suonò la carica. Era stata una protesta pacificissima, ma arrivarono delle camionette di celerini e cominciarono a fare i caroselli tra la gente colpendo compagni e ragazzine. Io mi trovai a pochi passi da quello che per me era il responsabile della sporca aggressione, e mi lanciai su di lui, ma prima che riuscissi a dargli il pugno che si meritava, fui afferrato da due energumeni in divisa e scaraventato su una camionetta.



 

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di Redazione web