Gioco
L’album di Springsteen un “quasi” capolavoro in stile cinematografico
MILANO. Già quello che si era sentito, con i due brani che anticipavano il disco, faceva ipotizzare che “Western Stars”, il nuovo lavoro di Bruce Springsteen (in uscita il 14 giugno), fosse qualcosa di particolare, diverso dai suoi standard rock’n’roll. Effettivamente l’ascolto dell’album conferma quanto si era intuito. Innanzitutto è uno Springsteen senza la sua band, con delle registrazioni domestiche e un suono che vira verso il country, il desert rock ed il tex mex (con tanto di trombe mariachi), che in alcuni momenti (ma sono tali) ci riporta a quel capolavoro che è “Nebraska”. Ciò che però colpisce maggiormente è la massiccia presenza di archi e di orchestrazioni, scelta che è vincente ma allo stesso tempo un limite. “Western Stars” è un disco di grande spessore, dall’anima cinematografica e le sue canzoni sono ognuna piccoli viaggi nell’America delle strade polverose, delle strade blu, desertiche in cui Bruce diventa un moderno hobo. Proprio questo effetto “colonna sonora” ha portato anima e stile morriconiani (i due peraltro si stimano reciprocamente) con un doppio risultato: a volte perfettamente centrato e allora la musica prende aria e corpo, dando respiro e atmosfera alle composizioni, a volte (spesso) invece appesantisce il risultato finale diventando ridondante, superfluo e invadente (come nella title track). “Western Stars” nel complesso spiazza perché è uno Springsteen mai sentito, meditativo, a tratti intensamente lento e affascinante, con testi tra poesia ed evocazione. Con “Moonlight Motel”, affascinante ballata di chiusura, si tocca il massimo di un livello già mediamente alto. Se fosse stato un po’ più “asciutto” e sapiente in certi arrangiamenti saremmo di fronte a un capolavoro.
Luca Trambusti
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google