Il Tirreno

Il dolce naufragare nel mare dell’Infinito. La poesia delle poesie che piace ai giovani

Fabio Canessa
Il manoscritto originale dell’Infinito di Giacomo Leopardi
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Il manoscritto originale dell’Infinito di Giacomo Leopardi

I versi più puri e sereni di Leopardi sono più attuali che mai. Oggi le celebrazioni a Recanati in collegamento con le scuole

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L’Infinito compie duecento anni. La poesia delle poesie, la più celebre e la più imparata a memoria, la poesia per eccellenza, quella che sembra racchiudere l’essenza, il mistero e il fascino dell’arte poetica, scritta nel 1819 da un poeta di vent’anni che non si sentì mai giovane. Oggi a festeggiare l’anniversario della composizione e a celebrare Giacomo Leopardi sono stati a Recanati il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, la nipote del poeta Olimpia Leopardi e tremila studenti provenienti da tutta Italia: durante l’intera giornata, nella piazza del Sabato del villaggio, quella dove si affacciano le finestre di casa Leopardi, e in tutto il centro storico del “natio borgo selvaggio” si alterneranno letture, flash mob, interventi e incontri con le scuole, in collegamento con centinaia di istituti e biblioteche di tutte le regioni che hanno deciso di partecipare all’iniziativa.

«L’idea – dice Olimpia Leopardi – nasce dalla volontà di avvicinare i giovani a quel meraviglioso strumento di dialogo con se stessi e con i sentimenti universali che è la poesia». Ma i giovani sono già vicini a Leopardi, ormai da molte generazioni l’autore più amato dagli studenti, e soprattutto ai 15 versi dell’Infinito. Il segreto del fascino immortale di questa poesia è che si tratta di una avventura del pensiero, nella quale Leopardi traccia le coordinate della scoperta dell’infinità dello spazio e del tempo, grazie ai limiti che gli si parano di fronte: una siepe che impedisce allo sguardo di andare oltre e una folata di vento che muove le foglie degli alberi suggeriscono l’idea dell’immensità, perché “io nel pensier mi fingo” che al di là della siepe lo spazio continua all’infinito e quel suono del vento è già trascorso, archiviato come ogni istante passato del tempo infinito.

Una poesia così pura da non implicare, per una volta, tutte quelle uggiose etichette di pessimismi individuali, storici e cosmici che affliggono il Leopardi scolastico: stavolta il poeta si abbandona alla dolcezza dell’immaginazione, senza l’ombra di illusioni e delusioni, dolore e morte, male e pianto. È curioso che, per il poeta che dice che tutto è male, proprio nella sua poesia più famosa, il male non sia presente. Lo chiediamo a Mario Andrea Rigoni, docente dell’Università di Padova, autore di numerosi saggi su Leopardi e curatore del Meridiano Mondadori che raccoglie tutte le opere del poeta: «Su questo sono assolutamente d’accordo; anzi oserei dire che L’Infinito è l’unico componimento poetico di Leopardi perfettamente sereno, alieno sia da accenti pessimistici come anche da spunti polemici: è pura contemplazione di una grande visione».

Il cosiddetto pessimismo arriverà in seguito, quando Leopardi si chiederà il significato di questa grande visione, interrogandosi sul senso dell’infinito, senza trovarlo. Quando cioè Leopardi inizierà la sua speculazione filosofica, studiata a fondo da Emanuele Severino, uno dei maggiori filosofi contemporanei, autore di quattro libri sul pensiero leopardiano. Anche lui concorda che L’Infinito abbia a che fare con il piacere, non con il dolore, perché è la poesia dell’immaginazione.

Oltre alla dimensione poetica e filosofica, non è da sottovalutare quella scientifica; ne è convinto Giulio Giorello, docente di Filosofia della Scienza all’Università di Milano, che a Leopardi ha dedicato un saggio, scritto insieme al genetista Edoardo Boncinelli: «Leopardi è un pensatore che forse oggi ci è ancora più vicino di come poteva essere ai suoi contemporanei. La cosmologia oggi ha molte teorie di spazi finiti e infiniti; la meccanica quantistica ci rivela delle proprietà affascinanti nel moto piccolo. Questo tipo di scienza è quello che, secondo me, sarebbe piaciuto a Leopardi».

Un poeta contemporaneo, Davide Rondoni, ha appena pubblicato, in occasione del bicentenario, un saggio anomalo e coinvolgente, intitolato “E come il vento” nel quale scandaglia L’Infinito chiedendosi quale possibile attualizzazione quei versi possono avere nella società di oggi, digitale e informatizzata, dove il limite della siepe sembra un confine ormai improbabile: «I confini sembrano contare di meno in un mondo di affari e di schiavitù globalizzati. Ma il mondo globalizzato non comporta una maggiore esperienza dell’infinito. Un mondo senza confini non è un mondo infinito». Ne è prova la gioventù contemporanea, che vive – scrive Rondoni – «con l’infinito addosso» e che di più delle generazioni passate è attratta da questa “poesia-magnete”.

Ora L’Infinito è anche una canzone che dà il titolo all’ultimo album di Roberto Vecchioni. Il cantautore professore, ora docente all’Università di Pavia, dà voce a un Leopardi innamorato della vita, che a Napoli, ascoltato il celebre ritornello “io te vojo bene assai e tu non piensi a me”, si complimenta con il compositore Raffaele Sacco: «in due versi ha detto quello che io ho scritto in settemila pagine: amare la vita... e la vita che non ti ama e non ti vuole». Per concludere, mandando a braccetto il materialismo di Leopardi e l’umanesimo di Vecchioni, «forse l’infinito non è al di là, è al di qua della siepe». —
 

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di Redazione web