Il Tirreno

Cannes d’Oriente, la Palma d’oro va ai servi e ai padroni coreani di “Parasite”

Fulvia Caprara
Cannes d’Oriente, la Palma d’oro va ai servi e ai padroni coreani di “Parasite”

Antonio Banderas miglior attore per il film di Almodovar. Il Grand Prix a Mati Diop e al “suo” amore impossibile

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Politico, femminile, immerso nell’aria del tempo. La giuria del 72esimo Festival di Cannes, guidata dal messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, ha messo a punto un palmares che parla di noi, del nostro contemporaneo lacerato dalle contraddizioni, dei problemi sociali che non riusciamo a risolvere, dei disastri ambientali cui andiamo incontro. Una fotografia autentica, anche se non allegra, del mondo in cui viviamo, scattata, come Inarritu ha più volte sottolineato, attraverso premi a film che «con voci nuove e linguaggi diversi ci raccontano quello che oggi sta accadendo nel mondo: temi difficili in tempi difficili».

Le speranze per Il Traditore di Marco Bellocchio sono franate (ma le vendite internazionali volano) e la delusione più grande riguarda Pedro Almodovar che, con « Dolor Y gloria, puntava dritto al massimo obiettivo e si è dovuto accontentare del riconoscimento all’ alter-ego Antonio Banderas. La Palma d’oro, assegnata all’unanimità e in linea con le previsioni dell’ultim’ora, va a Parasite del coreano Bong Joon Ho che descrive il film in due righe, «una commedia senza clown, una tragedia senza cattivi».

La sua tragicommedia, protagonista una famiglia di poverissimi che s’insedia in un nucleo di ricchissimi, è un ritratto di società in dissoluzione in cui i contrasti di classe innescano un crescendo di cupa violenza. Temi che, in differenti maniere, caratterizzano quasi tutti i titoli del verdetto e non è un caso se quest’anno, tra gli ospiti-premiatori, sia apparso Michael Moore, incaricato di assegnare il premio ex-aequo della giuria a due opere di forte impatto sociale. Da una parte Les Miserables di Ladj Ly, ispirato ai disordini del 2005 e centrato sulla condizione delle periferie parigine, in particolare di Montfermail, la stessa zona della città dove Victor Hugo aveva ambientato il celeberrimo romanzo.

Dall’altra Bacurau di Kleiber Mendoncha Filho e Juliano Dornelles, registi brasiliani che, in una cornice di fantascienza molto vicina alla realtà, ambientano la parabola di una cittadina brasiliana del Nord Est che i potenti vorrebbero cancellare dalla carta geografica per poterla trasformare in materia di speculazioni finanziarie. La metafora riguarda il Brasile di oggi e i timori legati alla svolta conservatrice e militarista attuata da presidente Bolsonaro. Nella stessa linea militante il premio della regia a Le jeune Ahmed dei fratelli Dardenne, abbonati alla Palma e quest’anno fuori dalle previsioni dei premi. Nella sala riservata alla stampa la notizia del riconoscimento è stata accolta da ululati di disapprovazione. Stavolta, nel loro stile essenziale, i Dardenne descrivono la deriva fondamentalista di un tredicenne arabo residente in Belgio, diviso tra gli insegnamenti del Corano e le abitudini di vita della società occidentale, un conflitto che diventa insanabile e finisce per spezzare la sua adolescenza.

I due migliori attori sono Antonio Banderas, che dedica il trofeo al «mentore» Almodovar, e Emily Beecham, protagonista dell’inquietante Little Joe, regia di Jessica Hausner. Nella lista dei premi le donne conquistano altre posizioni importanti grazie a Atlantique di Mati Diop (Gran Premio) e a Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma, vincitrice per la migliore sceneggiatura. Il primo, sullo sfondo dei dintorni di Dakar, affronta, attraverso la vicenda di Ada, diciassettenne innamorata di Soulemain, ma promessa sposa a un uomo che non ama, il tema dell’immigrazione. La prospettiva, però, è capovolta (si parla del Paese lasciato e non di quello raggiunto) e la narrazione unisce toni realistici e magici in una chiave inusuale. Eppure la stessa Diop, notevolmente emozionata, non riesce a credere di aver meritato un premio. Atteggiamento opposto a quello di Celine Sciamma, lodatissima promessa del cinema francese al femminile che, grazie alla storia di una passione lesbica e settecentesco, ha già guadagnato la «Queer Palm» riservata alle opere su tematiche LGBT.

Al palestinese Elia Soulieman va la menzione speciale di una giuria che ha platealmente ignorato il cinema americano e che, con la Palma d’oro coreana, ribadisce l’importanza dei rapporti con l’industria cinematografica orientale, la più potente del nostro presente e futuro. Per il Festival che si nutre anche di glamour, lo schiaffo agli autori statunitensi, Quentin Tarantino in testa, ma anche Jim Jarmusch, non è una mossa fruttuosa. Con questi, e con i tanti problemi legati ai nuovi flussi di comunicazione, la rassegna dovrà fare i conti. —


 

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