Lutto
«C’era odio perché quelle morti erano anche un sopruso»
Medico a Castel Del Piano arrivò a Ribolla per il funerale: da anni gli operai avevano denunciato la pericolosità del lavoro
Vincenzo Ciafrè
Castel Del Piano era ben diversa da Arcidosso, quasi soffocata, con la sua Rocca, da vicoletti e casupole antiche, e da Santa Fiora, con la sua grande piazza che in parte sembrava anche cinta di difesa e da cui si usciva per il ponte di San Ferdinando. Ricordo di Santa Fiora la Peschiera con il suo bosco attorno, le terrecotte di Della Robbia, il palazzo dove ho avuto l’ambulatorio per molto tempo che ospitava anche la sezione del Pci e dove festeggiammo la vittoria delle elezioni che fermò le uccisioni a sinistra. L’attività più redditizia per i santafioresi era data dalla miniera di mercurio (cinabro). I molti operai erano anche il nerbo del partito comunista e del sindacato. Nella miniera ci fu in quel periodo un lungo scontro in cui il padronato cercò di togliere di mezzo il cottimo collettivo, che gli operai avevano strappato e volevano conservare. Per rompere l’unione degli operai, erano stati assunti picchiatori dichiaratamente fascisti. In quell’epoca anche il sindaco subì un’aggressione da uno di quegli scherani. Io ebbi un solo contatto telefonico, ruvido, con quel direttore: un operaio venne da me per alcuni disturbi che lo avevano colto mentre lavorava in una zona della miniera non servita dall’aria a pressione e io avevo fatto la diagnosi di intossicazione e avviato la pratica con l’Inail. Mentre ero a tavola mi giunse una telefonata dell’onnipotente direttore che contestava la mia diagnosi. Lo liquidai in breve dicendogli di rivolgersi all’Inail o a chi meglio ritenesse opportuno, ma da me non avrebbe avuto altro che quella comunicazione che già io gli avevo inviato. Per me la sua ipotesi di una indigestione subita dal mio cliente era sbagliata. Probabilmente io oggi non ricorderei quest’episodio se non avessi partecipato al Saragiolo, sul bordo dell’Amiata senese, al funerale di due operai morti in giovane età per qualche metro di tubo risparmiato. Io ero indignato e dolorante tra la folla e il direttore troneggiava in prima fila in mezzo a un nugolo di poliziotti e carabinieri. Castel del Piano aveva invece un’ampia via, Corso Nasini, che corre alla base della parte più alta del paese. Su una piazzetta vicino al corso si apriva la chiesa principale, in tutta prossimità c’era il palazzo comunale. Lungo quel corso si aprivano i migliori negozi di tessili, scarpe, utensili domestici, radio, panetterie e caffè. C’erano ancora falegnami con pialla e sega a mano, ma ce n’erano anche con più o meno ricche dotazioni di strumenti di lavoro elettrificati; c’erano meccanici, carrozzieri per auto, una fabbrica di tannino e il miglior forno, oltre che produrre o cuocere per terzi pane ottimo, si cimentava anche nella produzione di dolci tradizionali locali sia da farinacei che da castagne. Si producevano castagne, si raccoglievano funghi, veniva prodotta una certa quantità di vino, soprattutto nelle zone di bassa collina, verso la valle dell’Orcia. C’era anche un cinema. Castel del Piano disponeva di un ospedale di zona che era piuttosto ristretto in quanto a spazio e poverissimo in quanto a personale. Il direttore era un chirurgo e, come accadeva decenni e decenni prima, faceva anche il medico, l’ostetrico-ginecologo, il traumatologo e quant’altro potesse capitare. Alla sezione di partito trovai una buona accoglienza, festosa quasi, e io mi diedi a cercare di studiare le condizioni sociali esistenti, la forza del partito e le sue debolezze. La mancanza di un nucleo di classe operaia come quella esistente a Santa Fiora, che dava il tono a tutta la vita politica, faceva sì che non ci fossero in quel momento dei dirigenti affermati e stimati. Un gruppo rilevante di boscaioli operava per lo più fuori di Castel del Piano per molti mesi all’anno, vivendo in capanne nei boschi”.
In corso Nasini fu messo a mia disposizione un ambulatorio a pochi passi dalla chiesa e lì operai fino alla fine dell’incarico cui regolarmente non seguì la vittoria del concorso. Questo era il normale svolgersi delle cose: il mio compito veniva magnificato, ma io non vincevo mai, era il viceprefetto che presiedeva ed esaminava... L’assegnazione di una condotta era così importate dal punto di vista politico, secondo i monarchici e fascisti, che il rappresentante del governo doveva essere per legge, nella persona del proprio vicario, il presidente della commissione di concorso. Allora non tutti erano alfabetizzati: il prete – di cui la gente si fidava –, il farmacista e il medico erano quelli che creavano l’opinione pubblica e trascinavano la gente. Ricordo come a Nereto i due o tre maggiorenti andassero a giocare a carte insieme, sempre presenti nel pubblico locale più frequentato, e la farmacia fosse diretta da un fascista che ho visto sempre sulla porta, appoggiato quasi a reggere lo stipite con la spalla e stivaloni, in divisa fascista anche quando non serviva niente a metterla. Questo succedeva fino a quando non cominciò a prendere forza il movimento operaio. In quel momento storico, di fronte a sindacati e leghe contadine che volevano fare la rivoluzione, bisognava erigere un vallo, e il medico diventava ancora più importante: se non “fidato” e allineato nelle opinioni ai maggiorenti del paese e alle autorità, era ancora più pericoloso di un tempo. Mentre esercitavo a Castel del Piano, nel maggio del 1954, scoppiò il grisou nella miniera di Ribolla. Da qualche anno gli operai avevano denunciato la pericolosità del lavoro che erano costretti a fare e proposto misure per diminuirla. La Montecatini, proprietaria della miniera, aveva negato l’esistenza di quelle condizioni e aveva preferito proseguire nei suoi metodi. Lo scoppio provocò quarantatre morti. Io mi sentii in dovere di partire: chiesi un giorno e mezzo di permesso, caricai in macchina la mia borsa da lavoro e uno scatolone di farmaci di pronto soccorso e mi avviai alla miniera, che non avevo mai visitato e che si trovava in pianura. Non avevo mai visto tante bare allineate e per giunta, per uno scherzo della sorte, all’interno di una costruzione che doveva essere di svago, di allegria, il cinematografo della miniera. Alcuni di quei minatori erano originari dell’Amiata. Al mattino seguente il mio arrivo ci furono i funerali, con la partecipazione di personalità sindacali e politiche. C’era disperazione, pianto e anche odio, perché quelle morti erano anche un sopruso. Mentre correvo qua e là aiutando le varie persone che cedevano allo stress, incontrai il dr. R. , aguzzino dirigente dei servizi sociali della Montecatini e in tutto il comprensorio minerario di Grosseto. Era stato con me alla federazione di Teramo e come me era stato nel comitato federale, solo che io ci stavo per fare il comunista, lui per fare il deputato comunista. Quando non lo candidarono uscì dal partito. Mi salutò, ma io gli rifiutati la mano e lo guardai con disprezzo ma immobile, senza profferir parola o fare gesti: di fronte alle 43 bare allineate, qualunque atteggiamento diverso poteva scatenare un linciaggio. Più tardi lo scrittore Bianciardi, ne “La vita agra”, ha fatto rivivere il minatore che aveva denunciato il pericolo. Per mesi e per anni non avevano voluto ascoltarlo, e il Bianciardi nel suo bel romanzo si vendicava, mandandolo a Milano a mettere una bomba alla Montecatini.
*Nato a Nereto in provincia di Teramo nel 1924, vissuto nella provincia di Grosseto a partire dagli anni ’50
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