Il Tirreno

«Me ne frego», la lingua nuova che spianò la strada al fascismo

ENRICO MANNARI

Nei discorsi e negli articoli del primo Mussolini le parole del Ventennio dal «prima gli italiani» all’accusa agli avversari di essere «antitaliani» 

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ENRICO MANNARI

È vero a volte vi è un eccesso di disinvoltura a usare il termine “fascismo”, ciò nondimeno la novità è che siamo in presenza di aspetti che richiamano una continuità della storia d’Italia che va al di là del ventennio e di cui dobbiamo cercare le ragioni. Il linguaggio è uno dei terreni dove valutare meglio quella continuità. Ecco allora il mio consiglio di lettura di un libro molto attuale curato da David Bidussa con un titolo, “Me ne frego” ed una impostazione grafica molto eloquenti, edito da chiarelettere.

Si tratta di discorsi, articoli e interventi pubblici di Benito Mussolini, pronunciati e scritti tra il 1904 e il 1927. La loro lettura, e questo è un aspetto di novità, ci porta dentro il percorso attraverso il quale quel linguaggio prende corpo. Dunque il linguaggio di Mussolini che, non va dimenticato, era un giornalista e quindi sapeva giostrarsi con le parole, si forma prima della svolta fascista. Stile retorico, modalità espressive, sono già presenti nella sua formazione iniziale. Molto interessanti alcune espressione che Bidussa sottolinea: elogio della teppa, antipolitica, autorappresentazione come Italia e dunque definizione di tutti gli avversari politici come antitaliani, sovranismo economico e politica monetaria nazionalista, elogio della famiglia come patrimonio culturale da tutelare e come modello economico da salvaguardare. Non sono forse parole che ritroviamo ai nostri giorni?

Come non ricordare che anche negli anni della crisi successiva alla prima guerra mondiale una parte consistente dell’opinione pubblica pensava di cambiare le cose, convinta che «le parole di Mussolini fossero finalmente il segno che l’Italia non era più nelle mani dello straniero, dei professionisti della politica, della classe dirigente corrotta, servile, prigioniera dei poteri forti (soprattutto stranieri)?».

“Me ne frego”, “tiro dritto”, “prima gli italiani”, “chi si ferma è perduto”, e potremmo continuare con le diverse parole identitarie, simboli, icone, che delineano un linguaggio che plasma un’ideologia segnata da un eclettismo che risponde alla crisi della politica degli anni Venti.

«Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalitari e illegalitari a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola “di storia” nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire. Una chiesa; piuttosto una palestra. Non siamo un partito; piuttosto un movimento».

Così Mussolini nel 1921. Occorre riconoscere le parole, il loro peso, tanto più quando sono gridate e creano l’illusione di un rapporto diretto tra capo e masse; questo volume conferma quanto sia necessario riprendere lo sguardo lungo della storia che si vorrebbe cancellare anche dagli esami di maturità.



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di Redazione web