Il Tirreno

IL GRANDE SCRITTORE BASCO 

Il dolore di mia figlia e la sua voglia di mare dopo l’incidente che le cambiò la vita

FERNANDO ARAMBURU
Il dolore di mia figlia e la sua voglia di mare dopo l’incidente che le cambiò la vita

Oggi Fernando Aramburu a Pistoia per i Dialoghi sull’Uomo Ecco un estratto del suo ultimo libro “Dopo le fiamme”

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Pubblichiamo un estratto del racconto “I pesci dell’amarezza” di Fernando Aramburu, contenuto nell’ultimo libro dello scrittore basco “Dopo le fiamme” (Guanda, 2019). Aramburu parlerà oggi al pubblico dei Dialoghi sull’Uomo di Pistoia.

FERNANDO ARAMBURU

Per la prima volta dopo tanto tempo la vidi mettersi in piedi. Mia figlia in piedi. Doversi stupire per una cosa così è già una disgrazia. E, tuttavia, mi sembrava di assistere a un miracolo. Lei si appoggiò sulle stampelle. Sentii una fitta dentro vedendo la sua fragilità, le sue mani magre e senza forza. Mia figlia, l’unica che ho. Immobile, si lasciò baciare dalle due infermiere. Alla prossima, disse, con un tono che tolse di colpo il sorriso a tutte. Che altro poteva dire, considerato che presto o tardi sarebbe dovuta tornare a farsi togliere i chiodi dalla gamba?

Andoni commise l’indelicatezza di ricordare alle tre donne, tutte e tre con le lacrime agli occhi, che stava piovendo. Un bravo ragazzo, Andoni. Tanto bravo quanto grande, tanto grande quanto maldestro. Lei rifiutò il suo braccio mentre si sedeva sul sedile posteriore della macchina. Non riuscendo a entrare, chiese a me di aiutarla. Ormai, sulla strada che scende in città, la pioggia sferzava con violenza il parabrezza. Lei protestò: più piano. Guardai il tachimetro. Andavamo a quaranta all’ora. A quaranta e in discesa. Andoni, ubbidiente, rallentò. Come se non bastasse, un autobus si era incollato dietro di noi. L’autista fece una manovra brusca per superarci. Mentre ci passava accanto fece un gesto offensivo. Io non lo vidi, ma Andoni sì che lo vide. Triste.

Al mare. Voleva andare al mare. Erano mesi che aveva voglia di vedere il mare. Non le importava che piovesse. Alcuni fanno una promessa a Dio o vanno in pellegrinaggio fino a Santiago. Lei si era ficcata in testa che se un giorno fosse uscita dall’ospedale sarebbe andata immediatamente a vedere il mare. Andoni mi guardò come se mi supplicasse di intervenire. Domandai: non preferisci andare prima a casa a prendere un ombrello e un impermeabile e a vedere la ama che ti sta aspettando? Dopo una pausa di silenzio, disse che bastavano soltanto cinque minuti per accontentare il suo capriccio.

Trovammo il lungomare deserto. Ovvio. A chi poteva venire in mente di andare in quel luogo in balia delle intemperie, con il tempo che faceva e con la mareggiata che sollevava in continuazione schizzi di schiuma fin sulla strada? Cercò di aprire lo sportello e non ci riuscì. Aita, disse. Feci orecchie da mercante perché fosse il suo ragazzo ad aiutarla. Pioveva meno, ma pioveva. Pretendeva di andare da sola fino al parapetto. Io e Andoni le dicemmo di no. Accettò di essere accompagnata a patto che poi ci allontanassimo. Doveva ancora fare pratica con le stampelle. Le chiedemmo se non voleva sedersi sulla panchina, da dove aveva la stessa visuale che da in piedi. La panchina era bagnata. Andoni le portò una coperta. Lei ci si sedette sopra. Finalmente era sola davanti al mare. Noi, in macchina, a una decina di metri, aspettavamo che ci chiamasse. La salsedine rovina la carrozzeria. Eh, già, dissi, e rimasi in silenzio. Trascorsero cinque minuti. Ne trascorsero altri. Andoni cominciò a spazientirsi. Ci mancava solo che si prendesse una polmonite. Jesús, chissà la sfuriata di Juani quando lo scopre. Mia figlia portava un fazzoletto annodato al collo. Un lembo le ricadeva sulla schiena. Di tanto in tanto arrivava una folata di vento e il lembo si agitava. Nel frattempo, lei si voltò leggermente per parlarci. Andoni abbassò il finestrino. Le rose. Che le portassimo il mazzo di rose. Glielo portammo. Con il nostro aiuto avanzò fino al parapetto. Il mare aveva un color cenere e bianco, in un rabbioso disordine di acque. Il cielo era un impasto di nuvole sporche. Una ad una, gettò le rose giù dalla scogliera. Aveva i capelli e i vestiti fradici per la pioggia e per gli schizzi delle onde. E anche noi, poco dopo.

Quando ebbe lanciato tutto il mazzo, respirò profondamente. Adesso sì, disse, adesso a casa. Triste. Si impuntò a voler salire le scale da sola. Andoni salì dietro di lei, a uno scalino di distanza, non si sa mai. Per fortuna abitiamo al primo piano e non più in alto. La gamba sinistra è guarita; la destra, invece, non potrà mai appoggiarla come si deve, ne potrà piegare il ginocchio. Le rimane penzoloni, tutto qua. Rinfacciava ai medici di non avergliela amputata. A cosa mi serve, diceva, un arto inutile che, tra l’altro, non smette quasi mai di farmi male? Un pomeriggio arrivammo io e Juani all’ospedale e la trovammo a letto che scriveva. Quando ormai non la tenevano più in trazione. Mia figlia. Ora si poteva alzare; ora poteva fare un po’ di esercizio con le stampelle. Ti sei data alla poesia? Le mie battute le sopporta. Agli altri non ne fa passare una. Ma io sono il suo aita e lei sa che nel suo aita non c’è spazio per le cattive intenzioni. Ci rispose che stava scrivendo una lista di cose che non avrebbe più potuto fare. Vidi che il foglio era pieno. Cominciò a leggerla: lavorare fuori casa, riprendere le lezioni di aerobica, andare in bicicletta...

Dai, dai, tagliò corto Juani, non siamo venuti qui a farci deprimere. Ammetto che io sì sono incline allo sconforto. La mia Juani è più forte. Affronta i problemi di petto, si arrabbia, rovina la vita un po’ a tutti, ma tiene duro. Io non me la prendo. Se vuole urlare, che urli. Perché la realtà è che senza Juani e senza l’energia e la forza di Juani staremmo tutti molto peggio. Quando entrammo in casa, si affacciò alla porta in camicia da notte. Si capiva dalle occhiaie e dalle rughe sulla fronte che quel giorno l’emicrania non le stava dando tregua. Nostra figlia le disse di mettersi a letto, che avrebbero avuto tempo per i baci. Juani le chiese con gli occhi chiusi se aveva dolori. Sempre con gli occhi chiusi aspettò la risposta. La mia Juani parla con gli occhi chiusi quando sta molto male. Prima di andarsene, alzò un po’ le palpebre. Abbastanza per accorgersi che nostra figlia era bagnata. Andoni cominciò a balbettare una spiegazione. Gli feci segno di stare zitto. Triste. Le si illuminò il volto di gioia non appena entrò nella sua camera. Avevamo lasciato tutto com’era il giorno in cui era andata a prelevare i soldi alla cassa di risparmio e non era ritornata. Fu contenta di ritrovare i suoi oggetti personali. —



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