Il Tirreno

«È il nuovo Pulp Fiction», Tarantino firma la lettera d’amore a Los Angeles

Fulvia Caprara
Quentin Tarantino e Brad Pitt a Cannes
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Quentin Tarantino e Brad Pitt a Cannes

Il regista apre il suo album di ricordi: «Ávevo 6 anni: è il mio mondo». Di Caprio e Pitt nel ruolo di star e controfigura di un’ex famosa serie western

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La fama che può sparire da un giorno all’altro, il grande gioco della recitazione, l’ebbrezza del successo e la malinconia del viale del tramonto. Per la star di una (ex)-seguitissima serie western Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e per la sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) l’unica cosa che resta è l’amicizia. Eppure, nel mondo incantato di Hollywood, ogni desiderio può diventare realtà, ogni storia può trovare il suo lieto fine, ogni giusta vendetta può essere consumata. L’amore per il cinema, la celebrazione della sua epoca d’oro, la nostalgia per l’infanzia consumata macinando storie di cowboy davanti alla tv, nutrono il nuovo film di Quentin Tarantino, C’era una volta a Hollywood, ieri in anteprima mondiale al Festival, in un crescendo febbrile di attesa, culminato con la lettura della preghiera che il regista ha rivolto al pubblico: «Io amo il cinema, voi amate il cinema. Vedere un film significa compiere un viaggio in una storia sconosciuta. Il cast e la troupe hanno lavorato duramente per creare qualcosa di originale e io chiedo solo ad ognuno di voi di non raccontare niente, in modo che i prossimi spettatori possano vivere la vostra stessa esperienza».

Nel 1969, tra insegne colorate, piscine fluorescenti, minigonne mozzafiato e produttori esagitati, Rick fa i conti con la spiacevole sensazione di essere un «has been», uno che è stato famoso e che ora non lo è più. Nella villa accanto alla sua si sono appena stabiliti Sharon Tate (Margot Robbie) e Roman Polanski (Rafal Zawieruche), due celebrità che vivono un’esistenza dorata, tra corse in auto scoperte e feste mirabolanti. Sul set Rick impara a fatica le battute, Cliff aspetta paziente il momento in cui deve entrare in scena e, tra una pausa e l’altra, si misura con Bruce Lee (Mike Moh), sfidandone il mito con un paio di pugni ben assestati. Intorno agli studios pieni di gente indaffarata, di bambine attrici che parlano con stupefacente saggezza, di uomini pragmatici come Marvin Schwartz (Al Pacino), si muove l’universo parallelo dei figli dei fiori, hippie che vivono cercando cibo nei bidoni dell’immondizia, ragazze in apparenza celestiali che rimorchiano agli angoli di strada.

Il giorno in cui accetta di dare un passaggio a una di loro, Cliff entra in contatto con la famiglia criminale di Charles Manson (Damon Herriman), una presenza minacciosa, l’altra faccia del paradiso del cinema, il capo di una comunità riunita in una baraccopoli polverosa dove le visite di estranei non sono gradite e dove uno sconosciuto dall’aria vitaminica come Cliff può essere solo rifiutato con violenza: «Questo - ha spiegato Tarantino - è il mio film più personale, quello più vicino a Pulp fiction. Lo vedo come il mio film dei ricordi. Cuarón ha girato Roma a Città del Messico, io racconto Los Angeles nel 1969. Quello è stato l’anno della mia formazione, il periodo in cui sono diventato quello che sono oggi. All’epoca avevo sei anni, questo è il mio mondo, questa è la mia lettera d’amore a Los Angeles».

Quando Rick capisce che la sua stella sta per tramontare, vola in Italia e inizia a recitare nei tanti film del filone Spaghetti Western. Trova nuovi registi, sposa un’italiana e rientra a Los Angeles, immaginando una nuova vita, lontano dai riflettori: «Nel film - ha spiegato l’autore - c’è un aspetto fiabesco, e infatti il titolo si riferisce a questo. Ma c’è anche una rievocazione. Che non è esattamente storica». L’opera della svolta (nei cinema il 19 settembre) costata quasi 100 milioni di dollari, girata in 35 millimetri, in formato anamorfico, coincide con una nuova tappa della vita dell’autore, in cui, come lui stesso ha confessato, si sente cambiato e, in qualche modo, pacificato: «A tre anni mia madre mi portò a Los Angeles. Si era risposata con un musicista che amava il cinema e che mi ha trasmesso questa passione». Durante quell’infanzia con pochi amici coetanei, il grande schermo deve essere stato il baluardo fondamentale, il luogo dove anche le peggiori verità possono essere cancellate e rilette, come nei western all’antica, dove il pistolero buono non può che sterminare i cattivi. —


 

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di Redazione web