Toscana
Diego come Marilyn. La leggenda Maradona letta da Asif Kapadia: «Il mio eroe maledetto»
Presentato a Cannes il film-intervista sul genio del calcio: «Un fragile ragazzo di strada sempre in cerca di nemici»
Una luce che non si spegne, continuando a produrre sulle persone più varie, la stessa, potente, attrazione di quando ha iniziato a brillare. Le dimensioni di un mito si misurano anche in base al numero, alla persistenza, e alla diversa natura delle sue celebrazioni, e allora ecco che Diego Armando Maradona diventa simile a Marilyn Monroe e a tutti quelli che, come loro, hanno incarnato sogni e sentimenti universali. Ieri al Festival il premio Oscar Asif Kapadia ha presentato Diego Maradona, 130 minuti dedicati all’epopea del «Pibe de Oro», giocatore fra i più grandi della storia del calcio, complesso e carismatico, maledetto e idolatrato: «Mi interessano - spiega il regista - le persone che hanno zone oscure, se Maradona fosse un eroe senza macchia non sarebbe stato così intrigante raccontarlo».
La chiave del film (nei cinema a settembre, distribuito da Nexo Digital e Leone Film Group) è proprio nell’alternanza di baratri e altari, un’altalena che diventò vorticosa a partire dal 5 luglio 1984, giorno in cui il campione argentino, con un ingaggio record, arrivò a Napoli, pronto per iniziare l’avventura più turbolenta della sua vita: «Maradona è un genio autodistruttivo. E’ sveglio e scaltro, non importa quante volte fallisce, perchè, alla fine, si rialza sempre e va avanti, e questo anche se, dentro, ha tanta rabbia, problemi irrisolti, difficoltà nel gestire una celebrità immensa». La vita partenopea, culminata con la vittoria dello scudetto nell’87, è disseminata di eventi cruciali, i rapporti con la camorra, l’abuso di stupefacenti e, soprattutto, secondo Kapadia, la relazione extraconiugale con Cristiana Sinagra e la nascita del figlio che Maradona scelse di rinnegare: «E’ solo una mia teoria personale - spiega -, ma credo che quell’evento abbia causato, o almeno aggravato, i suoi tanti problemi». Ombre destinate ad addensarsi su un’esistenza fenomenale che, nel tempo, non ha smesso di ispirare registi e di provocare legami inossidabili. Nel 2008, sempre qui sulla Croisette, Emir Kusturica aveva presentato il suo Maradona, ballata dedicata a un eroe del calcio con cui sentiva di avere tanto in comune: «Siamo due personaggi dionisiaci, apparteniamo al caos, e non a questo mondo razionale dominato all’economia». Quella volta Maradona non aveva dato forfait (quest’anno non si è fatto vedere, causa un infortunio alla spalla) prestandosi al fuoco di fila delle domande: «Non ho problemi a parlare della droga - confessava - adesso ho abbandonato le mie cattive abitudini». Trionfi e disastri sono la colonna sonora della sua vita ed è lì che la sua fragilità affonda le radici: «Dovunque vada - osserva Kapadia - ha bisogno di trovare qualcuno con cui combattere». Ai contrasti ribatte con «carisma genuino, senso dell’umorismo voglia di cantare, ballare, divertirsi. E’ un ragazzo di strada, giocava come aveva sempre vissuto». Nella Mano di Dio Marco Risi lo ha raccontato a partire da quel gol segnato con la mano, nei quarti di finale del Mondiale del 1986 in Inghilterra-Argentina: «Un fatto artistico - osservava Risi - un tocco alla Picasso, il gesto di uno scugnizzo. Rubare agli inglesi per lui non era reato, li vedeva come ladri per la guerra delle Falkland». Su quel set Risi disse che Maradona non si era fatto vedere, le informazioni e i racconti erano frutto dei colloqui con l’ex-moglie Claudia.
Non dev’essere facile spiegare se stessi a qualcuno che vuole guardarti da vicino, e infatti anche Kapadia svela che, prima di riuscire a realizzare, a Dubai, l’intervista del film, molti appuntamenti con Diego siano andati a vuoto: «Sembra che incontrarlo preveda una procedura archetipica. Arrivi e il suo staff ti dice “No, no, oggi non si sente bene. Prova domani”». —
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