Italia
Vidi due bombe staccarsi dalle fusoliere e cadere sul paese
Il primo giorno morirono in 16, il più piccolo aveva 3 mesi. Gli altri si trasferirono altrove, in casa di mio nonno eravamo in 38
giuseppe bartolomei*
Gran parte delle camere disponibili in paese, erano occupate dai lavoratori dello stabilimento di munizioni di Campo Tizzoro che, a soli due km da Maresca, dava lavoro a circa settemila persone. In maggioranza erano ragazze, provenienti da tutti i paesi circostanti, ma costrette dalla mancanza di mezzi di trasporto e dai lunghi orari di lavoro, a stabilirsi in paese, abitando in tre o quattro per ogni camera disponibile.
Anche da Livorno, dove i bombardamenti sono diventati una prassi quotidiana, decine di famiglie, per lo più donne e bambini, sono sfollati qui, occupando i pochi appartamenti ancora liberi, insieme alle masserizie che hanno potuto portare.
Uomini in giro se ne vedono pochi, una parte è ancora sotto le armi, chissà dove, quelli di età intermedia, oltre i quaranta, lavora in fabbrica, mentre quelli che sono tornati a casa, dopo l’otto Settembre del 43, insieme ai giovani che hanno raggiunto i limiti di leva, piuttosto che rispondere alla chiamata alle armi della repubblica di Salò, sono andati in montagna con i partigiani. L’inverno è stato freddo e cupo, forse più del solito. Chissà durante quei mesi freddi quante tragedie sono accadute, ma noi eravamo fuori del mondo, niente filtrava, non c’erano giornali e la radio taceva, se qualche notizia filtrava, veniva detta sottovoce, per paura che qualcuno, udendo, potesse darle chissà quale interpretazione. Poi il tempo passò e venne la Primavera, il tempo si mise al bello, il sole tornò ad essere caldo e la natura indifferente a quanto stava accadendo nel mondo, seguì il suo corso, inondando la valle e i monti di mille colori. È maggio, tutto è calmo, ma il passare ogni mattina di centinaia di bombardieri, che dal Nord scendono al Sud, tornando da incursioni notturne sulla Germania, pur essendo uno spettacolo, per il numero, per la loro lucentezza, per il tipico rumore dei motori delle fortezze volanti, era anche il segnale di quanto stava per accadere. È nel maggio del 1944 che cade il fronte di Cassino, le truppe alleate si ricongiungono con quelle sbarcate ad Anzio e marciano su Roma. I Tedeschi si stanno ritirando. Con l’arrivo di Settembre i miei genitori per togliermi dalla strada, o almeno sapere dove mi trovavo, mi mandarono a fare il ragazzo di bottega dal barbiere.
Era un lavoro che non mi piaceva; per me stare chiuso in una stanza tutto il giorno, era come sentirmi soffocare. Comunque dovevo farlo e lo facevo. La mattina alle otto andavo a bottega, pulivo vetri e specchi, insaponavo i clienti che dovevano farsi la barba e rispondevo all’ordine del barbiere che al termine di ogni taglio di capelli diceva: Ragazzo spazzola! E io toglievo dalle spalle del cliente i pochi capelli rimasti, al che doveva seguire la mancia, ma accadeva raramente. Il sei Settembre, ricordo ancora molto bene, il cielo era di un celeste chiaro, senza una nuvola. Spesso qui in montagna in Settembre, abbiamo delle giornate così, sembra che l’Estate voglia salutarci con tutto lo splendore rimastogli. Io ero andato come al solito a bottega e stavo insaponando il primo cliente, il signor R. barista in piazza, quando, erano circa le ore 8.30, udii per alcuni secondi, prima un fischio acuto, subito seguito da un gracidio, qualcosa come delle lamiere che si sfregano l’una contro l’altra, poi una tremenda esplosione. Fu una botta tremenda. Era una bomba. Era esplosa dietro la bottega, verso la piazza, sopra un negozio di generi alimentari che si trovava a non più di dieci metri in linea d’aria da dove mi trovavo. Era esplosa dal lato dove si trovava il reparto donne. Il reparto era formato da sei cabine divise da vetri con all’interno caschi, poltrone, specchi e quanto altro serviva alla moglie del barbiere per il suo lavoro di parrucchiera, per fortuna era presto e non c’era nessuno. Lo spostamento d’aria, dopo aver rotto la finestra, portò verso di noi vetrine, caschi, infissi, bottigliette e tanti calcinacci e polvere. Tanta polvere che in un minuto non si vedeva più niente. Il cliente che io insaponavo aveva aperto la bocca ritrovandosi in bocca pennello e sapone. Ed io... mi trovai d’un balzo nella strada. La piazza era piena di polvere, delle grida riempivano l’aria, senza pensare, attraversai quel gran polverone correndo verso la parte alta del paese; verso il Campaccio. Correvo più forte che potevo, davanti a me, una coppia di anziani qui sfollati, lei con il pigiama di lui, lui con la pelliccia di lei, fuggivano tenendosi per mano nella mia stessa direzione.
Durai fatica a raggiungerli, tanta doveva essere la paura che li spingeva. Li sorpassai e presi la strada per il Molino Vecchio che costeggia il torrente Maresca. A metà i tedeschi avevano costruito un piccolo rifugio antiaereo, alcuni soldati se ne stavano sulla porta, guardavano in alto fumando e parlando tranquillamente, come se per loro non fosse accaduto niente e quanto accaduto pochi momenti prima, facesse parte di una normale routine. Continuai a correre, passai il ponte e le case del Molino Vecchio, appena raggiunta la selva di castagni vidi nel cielo due aerei scendere in picchiata, un grosso castagno cavo era lì, vicino a me, in un attimo mi trovai rannicchiato dentro il suo tronco, gli aerei passarono sopra di me, cominciando a mitragliare. Vidi due grosse bombe nere staccarsi dalle fusoliere e cadere sul paese, mentre i caccia risalendo verso l’alto sparivano nel cielo. Quelle due bombe fecero tante vittime, fra queste la più piccola aveva solo tre mesi. Poi... tutto tornò normale, calmo e silenzioso, come se nulla fosse accaduto, invece in quella mattina del sei settembre 1944 morirono sedici persone. Tornai verso il paese, in piazza la polvere si era in parte dissolta. Non si vedeva nessuno, il paese sembrava vuoto. Anche la mia casa era vuota, le porte erano spalancate ma nessuno rispondeva ai miei richiami, alcune persone, non ricordo chi, mi disse che mi avevano cercato, poi erano andati al Paradiso. Cosi feci anch’io. Al Paradiso è nato mio padre e tutti i miei avi paterni, vi hanno abitato fin dal 1700, vi vivevano in tre famiglie ed una pietra sul muro di una casa porta inciso anno 1611. Via via che salivo il sentiero che porta al Paradiso, cominciai a trovare una gran quantità di persone che fuggivano dal paese. Cercavano rifugio presso parenti o amici, oppure andavano alle capanne che molti avevano costruito nella foresta, in previsione di quanto era accaduto. Portavano tutti sulle spalle le masserizie di casa ed i carichi erano più o meno grossi a seconda dell’età di chi li portava. Dopo 40 minuti di salita arrivai al Paradiso.
La borgata che abitualmente era abitata da 15 persone, vedeva una gran moltitudine di gente alla ricerca di un tetto. Non ricordo che qualcuno abbia detto di no o fatto delle difficoltà. In casa di mio nonno, dove abitavano 6 persone arrivammo ad abitarvi in 38 mentre nel fienile, vi si erano stabilite altre 40 persone, in tutto al Paradiso trovarono rifugio 180 persone. –
*Giuseppe Bartolomei nato a Calvì in Corsica nel 1931, vive a Maresca in provincia di Pistoia nel 1944 . —
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