Il dolore e la gloria dell’Almodovar più intimo
Il film in gara a Cannes è un affresco crepuscolare. «Ma il voto in Spagna mi ha confortato». Banderas alter-ego del regista
Una storia di andate e di ritorni, di scoperte e di mutamenti, di amori perduti e ritrovati, di ferite che lasciano il segno e di un presente che, inevitabilmente, ha perso le speranze della giovinezza per concentrarsi sulle ansie della maturità. Alla soglia dei 70 anni Pedro Almodovar torna al Festival, per la settima volta, con “Dolor y Gloria” (da domani nelle sale), affresco crepuscolare sull’esistenza di un regista che gli somiglia molto, ma non del tutto, e su una nazione, la Spagna, che è cambiata insieme a lui: «C’è sempre stata una corrispondenza tra la mia vita e quella del Paese in cui vivo, è naturale che, nei miei film, si sia avvertita l’influenza dell’aria che respiro. Due settimane fa, fortunatamente, l’atmosfera è cambiata, in una direzione che io approvo completamente. La solitudine, l’isolamento che racconto in questo film riflette, invece, il clima cupo di una Spagna pre-elettorale, adesso credo, e spero, che sia iniziata un’era nuova e quindi penso che il mio prossimo film sarà molto allegro».
Per animare il gioco di specchi di “Dolor y Gloria”, Almodovar aveva bisogno di un alter-ego affidabile, un attore, Antonio Banderas, nato con lui e da lui tornato, pronto a farsi plasmare senza opporre resistenza, con la dedizione di chi, dopo aver abbandonato le proprie radici e aver costruito una carriera hollywoodiana, da attore, da regista e anche da uomo, ha capito che era arrivato il momento di compiere il cammino inverso: «Ho scelto di girare il film da soldato semplice - dice Banderas -, accettando ogni suggerimento e indicazione, sapendo che, mai come questa volta, Pedro si sarebbe raccontato in profondità. Dovevo essere il suo strumento, gli ho detto che ero lì per ascoltare e per cercare di capire quello che lui realmente voleva da me. Mi sono liberato di tutto, Pedro voleva che mi denudassi, così è stato».
Nel tessuto del film, tra situazioni vissute e immaginate, c’è l’universo di Almodovar osservato dalla prospettiva più intima, con la volontà di non nascondere nulla, ma anche, dice l’autore, senza rimpianti né rimorsi: «Ho fatto sicuramente degli errori, ed è importante saperlo per non ripeterli, ma non me ne pento, perché il pentimento e il rimordere della coscienza sono sensazioni legate alla religione, a un’ideologia basata sulla colpa e sul castigo, che non mi appartiene».
A Banderas, l’amico con cui, negli anni Ottanta, usciva tutte le sere, assaporando l’atmosfera effervescente della movida madrilena, Almodovar ha chiesto di «essere totalmente diverso da allora». Il tempo passa, e non si può far finta di niente. Sarà per questo che, sulla terrazza della Croisette, Banderas rievoca con lo sguardo rivolto altrove, come se cercasse di catturare lo spirito di un’epoca irripetibile: «Quando io e Pedro ci siamo conosciuti eravamo inesperti, ma anche molto puri, stavamo provando a re-inventare il cinema spagnolo, e soprattutto, a stravolgere le regole morali di una società che, fino a pochi anni prima, era stata guidata da una durissima dittatura. Poi Pedro ha avuto successo, è diventato importante e ha acquistato potere, le nostre strade si sono divise, io sono andato in America, e, per 22 anni, non ci siamo più visti». Il primo lavoro insieme, dopo la separazione, è stato “La pelle che abito”.
Dei disvelamenti, delle incomprensioni, degli andirivieni che, spesso, segnano i legami delle nostre vite, parla l’intero film di Almodovar. Non solo dolore e gloria, ma anche tolleranza e, a tratti, pacificazione. Sentimenti che il regista tratteggia con «nuova sobrietà, meno umorismo, e meno gusto del barocco». L’età imponeva la svolta e, stando al successo riscosso in patria, anche il pubblico ha finalmente capito che Almodovar è un grande regista, capace di cambiare: «Per anni, dopo “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, la gente mi fermava per strada chiedendomi di fare un altro film così. Ma io non potevo farlo, anche se, magari, mi sarebbe piaciuto. Oggi, invece, sono sorpreso e contento, ho l’impressione che il mio mutamento, l’essere diverso, più vulnerabile, in sintonia con la mia evoluzione biologica, sia stato recepito dagli spettatori».
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