Il Tirreno

Livorno, le bombe e le pene del soldato «Nida mia, ti vorrei ma qui c’è l’inferno»

Nicola Maranesi
Nida Gri
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Nida Gri

Le lettere dalla guerra fra Rocco Papa e la fidanzata friulana Riscoperte dalla figlia. Una storia d’amore che sfida la Storia 

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L’amore che resiste dove anche la vita sembra interrompersi, tra le macerie di Livorno, bersagliata dai bombardamenti il 28 maggio del 1943, 76 anni fa, nel pieno della Seconda guerra mondiale. I protagonisti di questa storia sono Rocco Papa e Nida Gri, la custode della loro memoria è la figlia Lucia, che ha riscoperto le antiche lettere scambiate dai genitori nel 2005, dopo la morte della madre, e le ha trasmesse all’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano.

Due testimoni quasi del tutto casuali della pagina più nera della storia livornese nel Novecento, quel 28 maggio 1943, il giorno in cui la città subisce il primo vero “bombardamento a tappeto” da parte dell’aviazione angloamericana. Pochi minuti dopo il suono delle sirene, le bombe martellano ogni centimetro del tessuto urbano, polverizzano edifici, smembrano corpi umani tra le macerie. Rocco è lì, sopravvive, vede tutto e tutto racconta per lettera all’amata.

Calabrese di origine, militare di carriera, ha combattuto e si è ammalato durante la Campagna di Albania; tornato in Italia si è diplomato e laureato in Economia e Commercio a Firenze e infine ha preso servizio a Livorno. Lì dove la Storia, quella con la “S” maiuscola, lo incrocia nel maggio 1943. Lontano dalla sua Nida, che invece vive in Friuli: i due ragazzi si erano conosciuti mentre Rocco faceva il militare a Valvasone, un paese in provincia di Pordenone. Si erano innamorati e nel 1943 avevano deciso di sposarsi. Ma come capita a tutte le coppie che si amano nei primi anni ’40, per coronare il loro progetto di vita devono prima fare i conti con la guerra.

Le lettere che si scambiano tra il ’42 e il ’43, il periodo del loro fidanzamento, sono il resoconto delle difficoltà che devono affrontare. Rocco vorrebbe portare Nida a vivere a Livorno, ma di fronte allo scempio quotidiano al quale assiste vacilla: «Io penso: Come posso, Nida cara, portarti in quest’inferno?». E di fatti non ce la porterà mai. Il matrimonio si celebra a Valvasone il 24 luglio 1943, altro giorno cruciale per la storia d’Italia: quella stessa notte a Roma si svolge l’ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo. Il famoso “Ordine del giorno Grandi” innesca la caduta di Mussolini e mette in moto il meccanismo che porta l’Italia fuori dalla guerra mondiale e, dopo l’armistizio dell’8 settembre, dentro la guerra civile. Rocco in quei mesi torna prima a Livorno, poi scappa a Valvasone dove sostiene la Resistenza. Dopo un periodo trascorso a Forlì si ricongiunge finalmente a Nida, a Treviso.

È l’inizio di un periodo finalmente felice, ma purtroppo breve: nel 1950 Rocco muore, molto giovane e probabilmente provato dalle malattie contratte sotto le armi. Lascia Nida sola, ventinovenne e con tre bambine piccole, una di cinque anni, una di quattro e una di nove mesi. E questo racconto è un omaggio anche a lei, all’impresa che ha compiuto negli anni a venire. Scrive la figlia Lucia: «Si fece promettere da mia madre che ci avrebbe fatto studiare; mia madre non tornò in Friuli, a casa dei suoi, rimase a Treviso: ha lavorato una vita come bidella in una scuola elementare, portandoci tutte e tre alla laurea».

Per anni Nida ha preservato le lettere scritte dal futuro marito da Livorno, nei giorni terribili e meravigliosi in cui erano stati fidanzati, riposte con cura in una scatola di cartone, elegante, che stava sopra l’armadio in camera sua. «Abbiamo sempre saputo di queste lettere – scrive ancora Lucia – ma nessuna di noi tre sorelle ha mai pensato di leggerle. Era una cosa privata, da rispettare. Solo dopo la sua morte, ho pensato di copiarle al computer per poterle spedire ai suoi nipoti, i nostri figli». E a noi. Per ricordarci gli orrori dei regimi e delle guerre. E quanto resistente sia la forza dell’amore.

Il diario

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Le esplosioni, i feriti e i morti portati via, i sospiri sotto le macerie: le missive come un poema dantesco dal "girone 1943"

Ecco alcune delle lettere di Rocco Papa alla fidanzata Nida Gri.28 maggio ’43Livorno ore 11.30. Suona l’allarme. Si crede alle solite sirene che suonano senza che ci sia pericolo. Non si formula però ancora questo pensiero che già l’artiglieria contraerea entra in azione. Si sentono i primi tonfi delle bombe e la terra sussulta come in un terremoto. Sono stati sette od otto minuti, ma credo che a tutti ha fatto l’impressione di un tempo molto più lungo. Ci si affaccia alla porta dell’ufficio e si vede una gran colonna di fumo nero che si solleva verso il cielo (. . .) Pochi minuti d’intervallo ed eccoli di ritorno. Questa volta sono in quaranta invece di quattordici come la prima volta. Subito gli spari della contraerea si mescolano con gli scoppi delle bombe che questa volta cadevano più copiose. Gli scoppi si alternano e si sentono sempre più vicini e la terra trema mentre io e un gruppetto di soldati si sta rannicchiati in una buca dentro l’ufficio. L’attacco durò più della prima volta e man mano che le bombe cadono, la luce del sole si va oscurando quantunque è mezzogiorno. Finalmente non si sente più sparare e noi si esce fuori. Non si vede più nulla perché il sole è oscurato e si sente una puzza indescrivibile di bruciato. Mi affaccio alla porta ed ecco che le autoambulanze incominciano a passare carichi di feriti. Alle autoambulanze si sono aggiunti presto molti autocarri militari tedeschi ed italiani (. . .) Lo spettacolo incomincia a diventare triste nel veder passare a grande velocità questi autocarri pieni di gente morta e ferita. Indescrivibili sono gli urli della popolazione. Ogni persona chiama i propri cari e nel sentire che il tal punto era stato colpito, si disperava pensando che i suoi erano in quella parte. La voce incomincia a circolare che molti rifugi sono stati colpiti in pieno e si nominano le località di questi rifugi. Dopo più di un paio d’ore, la nebbia prodotta dalle esplosioni incominciò a diradarsi e fu allora che incominciò il lavoro febbrile per la rimozione delle macerie, lavoro che perdura per settimane (. . .) Si va in giro per vedere e per soccorrere. Case crollate, rifugi sfondati, lamenti, pianti e bestemmie, si levano da ogni canto di strada. Un rifugio crollato mi è rimasto più impresso degli altri. Si tratta di un rifugio situato lungo un canale il quale, colpito in pieno da una bomba, sprofondò per un centinaio di metri quadri di strada, schiacciando quasi tutte le persone che si trovavano dentro. Si era già alla rimozione delle macerie e di quando in quando veniva fuori un braccio, una testa od una gamba di qualche vittima. Spettacolo pietoso! Una madre con un bambino veniva pure tratta, ma, naturalmente, priva di vita assieme al caro bambino che non aveva abbandonato fino alla morte.

Perché descrivere ancora degli episodi innumerevoli? 29 maggio ’43Ore 17, 05 cioè 29 ore e mezza dopo la prima incursione ed in tutto questo tempo, non un minuto di tregua, sia per i successivi bombardamenti che per quanto c’è stato bisogno di fare. Manca l’acqua, la luce, il pane e tutti i viveri, dato che non c’è una bottega aperta. Non si mangia da due giorni e si ha una stanchezza indescrivibile. Meno male che questa notte ho dormito perché dal comando ho avuto il permesso di andare a riposare. È tanto bello dormire perché non si sente nulla. Ricordo però, che non appena andato a letto ieri sera, lo scoppio di alcune munizioni di una nave in porto mi ha buttato fuori dal letto, ma dopo mi sono addormentato e per otto ore non ho sentito più nulla mentre fuori il lavoro continuava sempre febbrilmente per salvare altre vittime. Quando finirà? Neppure le sirene suonano più. La popolazione non sente ragione e scappa, scappa per le campagne portando dietro quanti si può. Si rigira di quando in quando per dare un ultimo sguardo alla sua casa crollata e piange, piange, piange. Sua Maestà visita i feriti e porge il suo alto conforto, ma mi accorgo che non basta. Mentre io penso: - Come posso, Nida cara, portarti in quest’inferno? 30 maggio ’43Nelle campagne di Livorno ore 14.20 I profughi! Grande Leopardi, perché sei morto? «La gioia non è che una diminuzione di dolore». Nel pomeriggio ho voluto fare un giro per le campagne livornesi per vedere da vicino quella che si chiama "povera gente". I resti di quella popolazione così intrepida e coraggiosa, la incontro alla periferia della città che corre verso la campagna con quel poco di roba che seco può portare. Anche le carrozzelle che una volta erano adibite a portare a spasso i neonati, oggi sono un mezzo di trasporto perché permettono di trasportare due o tre valigie che altrimenti diventa una cosa impossibile. Sorpasso col mio velocipedi tutti i pedoni ed inforco la prima strada di campagna che mi si para davanti. Mai processione simile avevo visto accompagnare un santo e questa processione si stendeva per chilometri (. . .) Pianti, grida, lamenti e bestemmie e tutte le razze d’imprecazioni, credo di aver sentito.

Dopo 4 o 5 chilometri, si vede di già la povera gente messa fuori strada che riposava stremata di forze. Molte famiglie, inconsolabili per aver lasciato in città qualche caro fra le macerie, piangeva sfogando così il dolore, altre bestemmiavano perché già esauste di pianto (. . .) Mi fermo qua e là contribuendo con le mie parole a sollevare il morale di tanta gente. - Ma come si può essere allegri, se non si ha più una casa? mi dicevano alcuni. - Dovete stare allegri perché potevate essere sepolti sotto le macerie, dicevo io. - Ed io, come posso stare allegro se mio figlio è morto in un rifugio? - Dovete pensare che il Signore ve ne ha lasciato un altro mentre tante famiglie intere sono rimaste sepolte. E così via, trovavo parole per tutti. 1 giugno ’43Livorno ore 13.30 Nida cara, ancora non so rendermi conto se la tua venuta a Livorno è stata una realtà oppure un sogno. Credo che una dimostrazione di affetto maggiore di questa non potevi darmela. Grazie Nida mia, ti sarò grato (obbligato) per sempre dato che sempre ricorderò questo tuo gesto amoroso. Voglio sperare che tu non sia rimasta male e, ripensando a tutto ciò che abbiamo parlato e fatto, mi convinco che non dovresti essere scontenta. In momenti migliori ti avrei trattenuta a Livorno e portata a vedere la città, ma ora era impossibile sia per il pericolo che correvi che per la desolazione che avresti trovato in città. Dopotutto hai visitato un po’ Firenze che potrebbe essere anche la nostra città al posto di Livorno. Immagino come sarai arrivata stanca a Valvasone e questo pensiero mi reca tanto dolore nel pensare che per sapere qualcosa di me hai affrontato un simile viaggio. Ti prego cara, di non fare più una cosa simile perché, pur avendo provato grande piacere, penso tanto alla tua salute e non voglio che ti sciupi. Forse a quest’ora starai riposando e questo me l’auguro di vero cuore dato che ne avevi certamente bisogno. In quanto a me, sto bene e scapperò non appena mi sarà possibile. Abbi fiducia in tutto e gradisci i miei baci affettuosi e cari Rocco tuo.

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