Il Tirreno

Furti d’arte fra cronaca e spy story raccontati dal detective dell’Arma

Lara Loreti
Furti d’arte fra cronaca e spy story raccontati dal detective dell’Arma

Colpi clamorosi, indagini complicate, trafficanti smascherati, il fenomeno dei falsi nel saggio del generale Roberto Riccardi: «Un volume di affari da sei miliardi» 

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Urbino, 6 febbraio 1975, da mezzanotte e trenta alle 2,30. Ignoti riescono a portare via dal Palazzo Ducale tre dipinti, un Raffaello, chiamato Gentil Donna o La Muta, e due Piero della Francesca, raffiguranti La Flagellazione e La Madonna di Senigallia. Valore: inestimabile. I carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio artistico riescono a recuperare le tre opere a Locarno con un’intensa indagine, la prima sotto copertura del Gruppo.

Una storia avvincente «che potrebbe finire in un romanzo». Solo uno dei numerosi episodi sviscerati da Roberto Riccardi, generale dei carabinieri, nel suo libro “Detective dell’arte” (Rizzoli) presentato ieri al Salone del Libro di Torino, e lunedì alla Feltrinelli di Livorno. Barese, Riccardi ha esperienze a Palermo nel periodo delle stragi, e nei Balcani, in Calabria e a Roma. Oggi è responsabile dell’Ufficio stampa del Comando generale dell’Arma. Affermato scrittore, versatile investigatore, innamorato del mare, ha una forte sensibilità verso i giovani, con cui ama confrontarsi. Ma soprattutto è un appassionato d’arte, materia che nel libro plasma con maestria, mescolando sapientemente cronaca e spy story.

Riccardi, che dimensioni ha il fenomeno dei furti d’arte?

«Si parla di un volume d’affari internazionale di 6 miliardi di euro: basti dire che la banca dati dei carabinieri conta oltre un milione e 300mila opere nel mondo ancora da recuperare. Solo nel 2018 i carabinieri hanno recuperato 56mila beni culturali per un valore di oltre 100 milioni di euro».

Qual è il furto più particolare che racconta nel libro?

«Mi viene in mente quello per così dire “patriottico” del 1911: un imbianchino di Varese va a Parigi con una missione ben precisa, riportare a casa la Gioconda di Leonardo. Incredibilmente ci riesce. E una volta tornato in Italia, è convinto che finalmente il capolavoro di Leonardo possa restare in patria. Ovviamente così non è stato: la storia termina con l’imbianchino in carcere e la Gioconda di nuovo al Louvre. E mi piace citare anche la burla delle finte teste di Modigliani del 1984 e l’intrigo internazionale sui falsi attribuiti all’artista livornese, oggetto di una recentissima indagine dei carabinieri ancora in corso».

Uno dei capitoli più interessanti del libro parla di Van Gogh. Cosa accadde?

«A fine anni ‘90 dalla galleria nazionale d’arte moderna di Roma sparirono due Van Gogh e un Cezanne. Le indagini toccarono anche Torino, dove aveva sede la banda autrice del colpo. Nel 1998 vengono ritrovate tra Roma e Torino tutte e tre, Il Cabanon de Jourdan di Cezanne, e Il Giardiniere e l’Arlesiana, quest’ultima dipinta da Van Gogh durante il ricovero in manicomio dopo essersi tagliato l’orecchio, prima di tornare l’ultima volta ad Arles. In casa dei rapinatori viene trovato anche un arsenale di armi».

Com’è cambiato negli anni il furto d’arte?

«Oggi non è più possibile intrufolarsi di notte nei musei perché i sistemi di allarme sono sofisticati. I malviventi sono quindi “costretti” a sequestrare anche il personale, un po’ come era successo a Verona nel 2015 quando furono rubati Mantegna e Tintoretto, poi ritrovati in Ucraina. L’obiettivo delle bande è piazzare le opere rubate presso i collezionisti».

E poi ci sono i falsi: nel 2018 i carabinieri hanno sequestrato opere del valore totale di 422 milioni e mezzo.

«Fenomeno diverso e altrettanto diffuso: opere contemporanee vengono riprodotte con uso di cliché materiali e tecniche sofisticate. I falsi vengono poi spacciati per veri ai musei».

Alla presentazione del suo libro al Salone di Torino c’erano molti giovani, che impressione ha avuto?

«Uno studente, invitato a rispondere sul fatto che la tutela del patrimonio culturale chiama in causa tutti e non solo i carabinieri, ha detto che i ragazzi dovrebbero conoscere e difendere i beni artistici che si trovano nel Paese. È stato bello sentirlo parlare così: il messaggio del libro è proprio quello».
 

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