Gioco
Equilibrio fra nuovi destini e ricerca filologica nel restauro dell’architettura moderna
Il caso dei previsti interventi di riqualificazione sulla pavimentazione e l’illuminazione dei portici lungo la via Grande a Livorno
le idee
dario matteoni
L’importanza dell’architettura moderna, segnatamente nella situazione italiana, si sta progressivamente affermando per l’indubbia valenza storica di tali testimonianze del passato recente. Nello stesso tempo le cronache registrano per queste opere del Novecento un destino di incuria, di stravolgimenti, di demolizioni.
Non è certo un caso che la Centrale termica e Cabina apparati centrali, realizzata nel 1934 su progetto dell’architetto Angelo Mazzoni, che appare al viaggiatore in arrivo alla stazione di Firenze con l’incastro delle sue masse costruttiviste, sia stata in tempi recenti oggetto di studi e di esercitazioni progettuali in vista di un auspicabile restauro. O l’esemplare metodologia messa a punto come ipotesi preliminare per la sostituzione dei vetri del Mercato dei fiori di Pescia, una delle opere più rappresentative dell’architettura italiana della seconda metà del secolo scorso progettata dal gruppo di Leonardo Savioli.
Strettamente connessa alle tematiche delle necessità e della modalità del restauro del moderno è la consapevolezza del destino funzionale di tali architetture, siano esse icone ormai affermate della contemporaneità, come i casi citati, o più modestamente testimonianze di una cultura costruttiva minore diffusa nelle nostre città a partire dall’inizio del secolo scorso. Si comprende quindi come tali tematiche abbiano catalizzato in tempi recenti non solo l’attenzione degli architetti e degli storici, ma la più ampia opinione pubblica che si è mobilitata in difesa di tali testimonianze. Oggi appare sempre più necessario attivare l’attenzione dell’opinione pubblica su questi temi, non logorarne le aspettative: compito assai delicato al quale si può rispondere forse solo offrendo nuove percezioni, nuove letture che rendano attuale qualsiasi intervento di salvaguardia del patrimonio recente, che lo rendano cioè non solo contemporaneo, ma presente nell’immediatezza dell’oggi.
Un esempio del nostro territorio viene a corroborare tale affermazione: il progetto di sostituzione della pavimentazione e degli apparati illuminanti nella via Grande, il principale asse viario di Livorno ridisegnato all’indomani della ricostruzione postbellica con l’inserimento ai due lati di una teoria di portici, secondo una precedente idea di Marcello Piacentini, con l’intento di ampliarne la funzione commerciale e facilitare il passeggio dei cittadini. Non estraneo a tale clima è poi da considerare il Palazzo Grande realizzato dall’architetto romano Luigi Vagnetti.
Il ridisegno della via Grande prevede la radicale rimozione della pavimentazione originaria realizzata in marmo a palladiana, una tecnica molto in uso dal dopoguerra agli anni ‘60 e la messa in opera per l’intero percorso porticato con lastre in gres porcellanato.
Il caso livornese pone quindi una prima questione, ovvero quali metodologie risultino più idonee quando sia necessario confrontarsi con sistemi costruttivi obsoleti, con materiali non più di uso corrente e ancora con le esigenze di sicurezza del manufatto. Dobbiamo poi considerare una duplice valenza: la durata insita nella stessa modalità costruttiva adottata e la distanza temporale tra la realizzazione di questi manufatti e la nostra contemporaneità.
Il secondo termine di questo non facile dilemma significa in primis mantenimento distintivo del proprio radicamento nella modernità. La conoscenza delle tecnologie e dei materiali, le scelte tecniche assunte come prioritarie non esauriscono le problematiche del restauro del moderno. Le ricerche d’archivio, le indagini sulle fonti iconografiche e documentarie, hanno modificato le nostre chiavi di interpretazione dell’architettura del Novecento, consentendo una più matura valutazione, ma anche, fatto forse più importate, di comprenderle nell’ambito del panorama delle nostre città e dei nostri territori.
Ancora una volta l’esempio della via Grande viene in aiuto nella sua duplice connotazione di classicità e modernità: gli edifici improntati a una rigorosa monumentalità, la pavimentazione policroma, a metà tra creazione artigianale e produzione industriale, delle tessere in marmo, conferiscono un ritmo serrato al porticato e corrispondono a quel clima di eclettismo stilistico il cui primo modello è dato proprio dal Palazzo Grande. Si può certo discutere su tali scelte urbanistiche e architettoniche, ma un dato rimane incontrovertibile: la via Grande, in tutte le sue componenti, portici, apparati illuminanti, lastricato marmoreo, eclettismo delle facciate, racconta l’abito monumentale che si era voluto dare al centro cittadino come riscatto dalle terribili ferite della guerra. E si badi bene, tale monumentalità non confliggeva con l’uso commerciale e popolare che il centro urbano doveva riacquistare.
Un difficile equilibrio contrappone la necessità di definire per le architetture del Novecento nuovi destini e adeguati procedimenti di recupero che li restituiscano all’uso dell’oggi e il mantenimento delle caratteristiche di quella foggia architettonica che ne hanno segnato l’immagine di origine. Difficile, sulla base di tali premesse, non accettare come metodo di lavoro la linea di una ricerca filologica, il mantenimento di una coerenza percettiva del manufatto nelle sue varie componenti, la considerazione della intenzionalità progettuale e anche della “moralità” espressiva dell’opera. —
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