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Riccioluto e graffiante da Lotta Continua allo sport: il Mughini che non ti aspetti
Il giornalista si racconta nell’autobiografia edita da Bompiani Dagli anni Settanta a oggi le “Memorie di un Rinnegato”
Giampiero Mughini l’abbiamo visto per innumerevoli serate in tv, nei baccanali televisivi degli anni ’80, a spiegarci in dettaglio cosa aborre e la sua filosofia calcistica. All’epoca la tv italiana ospitava personaggi altamente spettacolari. Sgarbi, il poeta Dario Bellezza, d’Agostino, Giuliano Ferrara, il filosofo in crisi Aldo Giorgio Gargani. Difficile emergere. Mughini riusciva. Attirando subito l’attenzione: dita della destra strette a polpo, rotazione ritmica della mano, come per pulire il parabrezza dell’auto, occhi e parole a punta. Sotto occhialoni lenticolari, naturalmente colorati, da marziano. C’erano anche sue fugaci apparizioni in film. I suoi giudizi troncavano trasmissioni come accettate. Intimoriva. È ancora oggi sui palchi tv. Stesse dita a polpo, stessi occhi, stessi ricci alla Battisti. Forse un po’ più grigi. Ma l’attività principale del catanese Mughini non è fare l’arbitro d’eleganza televisiva. È scrivere.
Questa autobiografia (“Memorie di un Rinnegato”, Bompiani), uscita ora, ce lo ricorda bene. Mughini ha ormai raggiunto infatti l’età in cui, non si sa precisamente perché, ci si guarda indietro per fare una foto d’insieme. Come un turista arrivato sull’altipiano. E la foto d’insieme di Mughini si apre, nei primi capitoli, con una delle vicende che lo legano davvero alla Storia. Il suo rapporto, in anni brucianti, con Adriano Sofri e il gruppo dirigente di “Lotta Continua”. E con la testata a stampa con quel nome. Ad un certo punto infatti, pur non indentificandosi del tutto in essa, Mughini mise a disposizione la sua firma per permetterne l’uscita.
Lotta Continua Movimento nasce nel 1969, quando il motto era “tutto è politica”, in mezzo al pullulante sottobosco di sigle di estrema sinistra. Assieme al settimanale con lo stesso nome. In quell’anno, Mughini è anche tra i fondatori del quotidiano di un gruppo critico in uscita dal PCI, “Il Manifesto”. Se ne va quasi subito. Lotta Continua prende una netta posizione dopo la bomba alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano. E dopo l’arresto e la morte del ferroviere Giuseppe Pinelli. La bomba (per LC) l’avevano messa i neofascisti, gli arresti di Valpreda e Pinelli un depistaggio di Palazzo. La morte di Pinelli, in questura, tutt’altro che accidentale. Una storia che, si diceva in quelle pagine, non sarebbe certo finita così. Poco dopo, il commissario che aveva arrestato il ferroviere anarchico, Luigi Calabresi, fu ucciso. In quella fase Lotta Continua esce con la firma di Mughini.
Dopo la morte del commissario, le strade di Sofri e Mughini si separano. Il catanese rientra nel “personale”, sempre meno convinto del presente. Torna alla scrittura. Agli studi di storia. Sofri su un altro binario. Che finisce al processo per la morte di Calabresi. Intanto il ricciuto Mughini pubblica, uno dopo l’altro, dei gran bei libri (oltre 20 titoli). A metà fra l’analisi storica e il romanzo. Uno dei primi, “Compagni addio”, racconta “la peggio gioventù” (espressione di Mughini) militante degli anni ’70. Un altro, che resterà, ed è infatti stato recentemente ristampato, è “A via della Mercede c’era un razzista”. Storia di Telesio Interlandi, talentuoso giornalista fascista critico, famosissimo negli anni ’30, fondatore del Tevere. Siciliano, come Mughini. —
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