Il Tirreno

il libro 

Quando il re nel “paradiso” di San Rossore dette avvio all’inferno delle leggi razziali

Fabio Demi
La Villa Reale di Cascine Vecchie nella tenuta di San Rossore in una foto d’epoca
◗
La Villa Reale di Cascine Vecchie nella tenuta di San Rossore in una foto d’epoca

Il volume curato da Bruno Manfellotto e Fabio Demi è stato presentato nel salone del “Tirreno” a Livorno

5 MINUTI DI LETTURA





In occasione degli ottant’anni dalla firma delle leggi razziali è stato pubblicato da Pisa University Press il libro “Diario di un’infamia - Le leggi, le vite violate, il ricordo” curato dai giornalisti Bruno Manfellotto e Fabio Demi. Il libro, di cui pubblichiamo un estratto, è stato presentato lunedì 6 maggio alle 17:30 nel salone delle conferenze de “Il Tirreno” a Livorno da Acque Spa, Università di Pisa, Fondazione Livorno, Comunità Ebraica di Livorno e Unione delle Comunità Ebraiche italiane in collaborazione con “Il Tirreno”. Partecipano i curatori, il direttore de “Il Tirreno” Luigi Vicinanza e altri ospiti.

Vittorio Emanuele III si alzava presto, alle sei e mezzo. Faceva colazione alle sette con un po’ di caffè nero amaro e mandava subito a chiamare il fido guardiacaccia personale Alfredo Fiore per la consueta passeggiata sulla spiaggia. Mentre il re, con i pantaloni rimboccati, camminava sulla battigia, Fiore gli raccontava tutti i pettegolezzi di San Rossore. Sua maestà si divertiva molto ad ascoltare quelle frivole notizie che riguardavano il suo popolo, o meglio, i suoi dipendenti alla tenuta. Verso le dieci i due rientravano alla Villa Reale, dove Vittorio Emanuele sbrigava gli affari di Stato. Pranzo a mezzogiorno e mezzo, spesso con il suo piatto preferito, gli spaghetti alle arselle. Finiva il pasto, rigorosamente, con una scaglietta di grana. Seguiva il canonico riposino. Alle cinque o accompagnava la regina Elena a pescare (lei era una grande appassionata di pesca) o andava a caccia, occupazione che peraltro non amava molto. Poi la cena e alle dieci a letto. Anche quel giorno, il 5 settembre 1938, presumibilmente la scaletta della giornata del Savoia seguì lo stesso schema. Ma quello non fu un giorno qualsiasi. Quel giorno Vittorio Emanuele firmò i primi provvedimenti delle leggi razziali contro gli ebrei. Con un colpo di penna furono cacciati gli studenti e i professori ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado e dalle università. Ed era solo l’inizio. Ironia della sorte: da un autentico paradiso terrestre, dove la famiglia reale si godeva la dolce vita, venne partorita la madre di tutte le leggi della vergogna che discriminarono, perseguitarono, deportarono e uccisero decine di migliaia di italiani che all’improvviso si ritrovarono umiliati dal marchio dell’infamia per il loro essere ebrei. Da quell’angolo di paradiso si spalancò una voragine d’inferno. Sono passati ottant’anni dall’avvio della tragedia. (…)

Vittorio Emanuele III appose le famigerate firme nel suo ufficio alla Villa Reale di Cascine Vecchie, un edificio che ora non esiste più perché fatto saltare in aria nel ‘44 dai tedeschi in ritirata. Analoga sorte gli invasori riservarono allo chalet del Gombo, altra residenza dei Savoia nella tenuta. I due immobili evidentemente non avevano nessun valore strategico, ma distruggendoli i nazisti intesero rivolgere un estremo oltraggio alla dinastia reale italiana, colpevole ai loro occhi di aver tradito l’alleanza con la Germania. L’anno prima, nel 1943, il re e la famiglia avevano trascorso la loro ultima vacanza a San Rossore, bruscamente interrotta il 13 luglio quando la situazione politica a Roma stava collassando. Pochi giorni dopo, il 25 luglio, cadde il fascismo e Mussolini venne arrestato. Il 9 settembre poi, dopo l’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, Vittorio Emanuele III abbandonò precipitosamente la capitale lasciando buona parte del Paese in balìa dei tedeschi. Chissà se in quei tragici momenti avrà mai pensato al settembre di 5 anni prima, quando aveva approvato l’inizio della persecuzione degli ebrei, se avrà mai collegato quell’atto sbagliato e ingiusto alla distruzione e alla disperazione che non poteva non vedere intorno a lui.

Ben difficilmente, bisogna dirlo, il re avrebbe potuto rifiutarsi di firmare le leggi razziali. Mussolini nel 1938 era all’apice delle sue fortune politiche e un “no” sarebbe equivalso a una sfida insostenibile per la corona. “Quasi un colpo di Stato”, mi suggerisce il giornalista pisano Renzo Castelli. E Vittorio Emanuele III non era tagliato per le scelte coraggiose. Dunque si limitò a flebili proteste e si accontentò di blande rassicurazioni, preferendo accollarsi una enorme responsabilità storica. Sappiamo che il duce, per sondare il terreno, mandò dal re il ras di Pisa Guido Buffarini Guidi che, nel suo resoconto dell’incontro, certificò l’acquiescenza del sovrano ai voleri del capo del fascismo. «Il re – scrisse Buffarini Guidi nella sua relazione a Mussolini datata 12 settembre 1938 – di fronte alla politica antiebraica del regime, si trovava nello stato d’animo da Voi previsto. Mentre si esprimeva in termini pienamente favorevoli circa i provvedimenti adottati nei confronti degli ebrei di nazionalità straniera, avanzava riserve a proposito delle decisioni adottate contro gli ebrei di nazionalità italiana... Facevo immediatamente presente al re quanto Voi mi avevate ordinato di comunicargli e cioè che per gli ebrei di nazionalità italiana sarebbero state fatte precise discriminazioni (ndr, il termine qui viene usato in senso positivo), attraverso le quali, varie categorie (decorati al valore, volontari e mutilati delle 4 guerre, minorati per la causa fascista, ecc.) avrebbero avuto il riconoscimento delle loro benemerenze. Il re allora si tranquillizzava completamente e diceva testualmente: “Sono veramente lieto che il presidente intenda procedere a queste distinzioni, riconoscendo i meriti di quegli ebrei che si sono distinti per attaccamento alla Patria” ed aggiungeva: “Ero sicuro che la grande sensibilità, la profonda intuizione e la larga generosità del presidente avrebbero determinata una tale linea di condotta...”» .

Le leggi razziali non furono emanate tutte insieme, ma si susseguirono in un arco di tempo abbastanza ampio, peggiorando progressivamente la condizione degli ebrei. I primi decreti regi risalivano giust’appunto al 5 settembre del 1938, mentre gli ultimi provvedimenti furono presi dalla repubblica di Salò (non dunque in tutta Italia ma sul territorio di competenza dello stato vassallo dei tedeschi, eroso volta a volta dall’avanzata degli Alleati). Si trattò in sostanza di circa sette anni di legislazione che colpì gli ebrei in tutti gli aspetti della loro vita, rendendola praticamente impossibile. —
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web