Il Tirreno

dal diario di franca andreini 

Nella nuova casa avevamo tanti lussi per quei tempi

Nella nuova casa avevamo tanti lussi per quei tempi

Il babbo repubblicano nel mirino degli squadristi, ma sempre aiutato anche dagli amici fascisti che lo stimavano

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A Livorno andammo ad abitare alle case popolari alla stazione. Babbo riprese le sue rappresentanze, mamma andò ad insegnare per qualche tempo alla scuola Israelitica. Fu così che conobbe il prof. Funaro, ebreo, che fu il nostro pediatra, finché nel periodo delle persecuzioni non emigrò in America. Appena arrivati a Livorno, Dado ed io prendemmo la tosse canina che a quei tempi era terribile e il prof. Funaro ci curò senza volere compenso cosa della quale mamma serbò un grato ricordo.

Le cose devono essersi rapidamente sistemate perché dopo una breve sosta in via del Porticciolo dove abitammo per pochissimo tempo andammo ad abitare in via Ernesto Rossi. Lì sono nati Mario e Bruno. Lì ricordo l’epidemia, la febbre spagnola, e soprattutto ricordo il periodo della Prima guerra mondiale, quando babbo era un militare e mamma faceva tutto in ufficio e da sola, con un ragazzino, faceva i pacchi da spedire ai clienti e andava a spedirli fino alla stazione. Poi la guerra finì e babbo ricominciò a lavorare e forse per capacità nel suo lavoro, e anche un po’ di fortuna, le cose andarono sempre meglio.

Mamma aveva fatto un voto che se babbo fosse tornato a casa in buona salute avrebbe fatto un altro figlio. Il 21 di giugno 1919 nacque Mario. Babbo fece un affare e portò a casa a mamma il gioiello più bello che avesse osato sperare. Era così vistoso che mamma in seguito lo fece sfare e fece fare tutte le belle cose che abbiamo poi avuto. Nonno comprò anche le macerie di un palazzo in via Giuseppe Verdi n. 20 che era stato bruciato completamente e doveva essere ricostruito. Deve essere stato un progetto molto molto azzardato comunque fece cominciare l’opera di ricostruzione. Intanto mamma era di nuovo incinta e Mario non aveva ancora nove mesi. Lei diceva che non poteva essere invece era, perché poi nacque Bruno. Mamma aveva già avuto un aborto di tre mesi in tempo di guerra così era il sesto figlio.

Era stanca di aver lavorato tanto sia per la famiglia che per il lavoro, e me la ricordo esaurita da parti, allevamenti continui, ma a quei tempi non c’erano tutti i ritrovati di oggi e quando i figli venivano, si prendevano e basta. Fu una gravidanza difficile perché dovette slattare Mario (allora si allattava fino a un anno) e il parto fu ancora più difficile, perché non era ancora finito il tempo. Ma una sera sbattè la panciona nella chiave del cassetto della scrivania dell’ufficio e il parto fu anticipato dalla rottura della placenta. Ho ancora impresso che durante la notte mamma sulla scala davanti all’armadio che riuniva le cose che sarebbero state necessarie. Si usava partorire in casa e fino allora aveva avuto un’ostetrica sola, sempre la stessa che si chiamava signora Profeti. Questa volta ci mandarono a dormire a casa di nonna Adele. Della nascita di Mario ricordo che andando a casa vedemmo che nella notte c’erano stati gravi disordini tra fascisti e comunisti, negozi devastati e tanta paura. Della nottata di Bruno ricordo i rintocchi che sentivo dell’orologio del Duomo, la paura che il bambino e la mamma fossero in pericolo. Tutto finì bene. Era il 30 dicembre 1920 ma fu denunziato come fosse nato all’una del 1921 perché dicevano farlo sembrare un anno più grande di quello che fosse in realtà, era un peccato.

La costruzione del palazzo in via Verdi proseguiva e ricordo che da un preventivo da 15.000 lire che era stato fatto, fu moltiplicato e quindi grandi pensieri. Ma il lavoro di babbo doveva andare bene perché faceva fronte ai suoi impegni. La casa veniva su bene, non benissimo perché avevamo dovuto rispettare la facciata che era rimasta in piedi e l’aspetto esteriore non era come l’avevamo desiderato. Comunque era un bel palazzo con due appartamenti a piano terra e una stanza per la portineria, poi tre appartamenti. Noi andammo ad abitare al primo piano con una bella scala sul retro che portava in giardino e per dire la verità non era un granché ma babbo poi comprò un altro pezzo del palazzo accanto al nostro. Babbo comprò pure la cantonata verso via San Carlo dove c’erano delle piccole case tugurio e lì fece costruire l’ufficio e il magazzino. Un’impresa assai ardua specie per quei tempi. Ma non ricordo effettive preoccupazioni perciò il lavoro doveva andare assai bene. Dalla nostra casa da un passaggio-veranda si andava in ufficio, e con una scala a piano terra con un ingresso sulla via Giuseppe Verdi c’era il magazzino.

Andammo ad abitare in via Verdi nel settembre del 1921. Bruno aveva pochi mesi, la casa era un lungo corridoio che divideva le stanze. La porta d’ingresso a metà corridoio e di fronte una gran sala con un salottino annesso. Due bagni una grande cucina di fronte al salotto da pranzo. Babbo aveva fatto affrescare tutti i soffitti dal pittore Michelazzi. Avevamo ognuno la nostra camera da letto e tanti di quei lussi per quei tempi! Mi pare un sogno ricordare come vedevamo la nostra grande casa tutta ammobiliata a nuovo. Io ero ancora piccola, avevo 10 anni ma come ne ero orgogliosa!

Babbo si occupava molto di politica ed era consigliere provinciale oltre che segretario del partito repubblicano. Così antifascista che avemmo dei veri guai. Non fu mai integrato nella politica fascista. Ogni volta che c’era una dimostrazione doveva allontanarsi da casa per non essere preso di mira se non addirittura arrestato. Mamma viveva in perenne agitazione e il colmo fu una sera che in una perquisizione portarono una bomba nella sede del partito e babbo essendo segretario ne fu ritenuto responsabile. Avvertito in tempo riuscì a partire per Milano dove rimase una settimana senza dare notizie per prudenza finché la cosa non fu chiarita e lui fu scagionato. Ma quante ansie e preoccupazioni! Comunque babbo non ebbe mai delle serie noie. Quando davano l’olio di ricino ai dissidenti lui non fu mai fermato. Tutti lo conoscevano per un uomo giusto e onesto e pieno di amici, molti dei quali fascistoni che ne apprezzavano le doti anche se non era fascista come loro. Quando era costretto a mettere alla finestra il tricolore per qualche manifestazione era mamma che lo faceva e non lui. Una volta gli telefonarono dicendo: metta fuori una bandiera decente che quella che c’è fa schifo. Lui replicò che il tricolore non faceva mai schifo.

Queste vicende devono aver logorato i nervi di mamma che poveretta si trovava a dirigere un ufficio con tutte le preoccupazioni che deve aver comportato, una casa e dei figli che crescevano ed avevano sempre più bisogno di lei.

A poco a poco si stabilì il regime fascista in maniera tale che non ci furono più quei gravi disordini e così anche i dissidenti impararono a convivere. Così fu per babbo. Ricordo che via via avvenivano delle perquisizioni ma non trovarono mai nulla di sospetto. La Voce Repubblicana che si stampava clandestinamente veniva regolarmente cucita in un piccolo cuscino che tenevo sotto i piedi per arrivare ai pedali del pianoforte. Malgrado tutti questi guai la vita scorreva e non so dove mamma trovasse il tempo e l’energia per occuparsi di tutto. —



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