Il Tirreno

La saga familiare degli Andreini, ricchi imprenditori fra le due guerre

Nicola Maranesi
Il magazzino di maglieria della famiglia Andreini a Livorno
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Il magazzino di maglieria della famiglia Andreini a Livorno

Franca racconta i successi dei genitori Manlio e Ketty, l’azienda a Livorno, i tanti fratelli, l’ascesa del fascismo

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«Così si arrivò a una sera che venne una donnetta del vicinato da mamma e le disse che aveva sentito dire in un negozio: “Stasera tocca ad Andreini, si brucia tutto. Signora levi i bambini di casa”. Fummo mandati io e Dado dai Cascetta e i piccoli in casa Musante, parenti di mamma e fascisti. In casa si stabilì una tribuna di fascistoni e amici di babbo mobilitati perché facessero i moderatori. Passarono la nottata ad aspettare ma non venne nessuno. Era stato forse un falso allarme o un contrordine. Non si seppe mai».

Così era costretta a vivere una famiglia di imprenditori livornesi durante il fascismo. Non una famiglia qualunque: gli Andreini, titolari di aziende tessili di grande successo tra le due guerre mondiali e oltre, fondatori di attività dal nome glorioso come il Maglificio Italiano e le M.A.R. (Maglierie Artigiane Riunite) esclusiviste delle sorelle Fontana e capaci di dare lavoro fino a 700 dipendenti nel periodo d’oro dell’economia italiana, nel secondo dopoguerra. A cucire il racconto di una saga familiare complessa e avvincente è Franca Andreini, autrice di una memoria oggi custodita dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Franca nata nel 1911 a Livorno e cresciuta tra molti fratelli e sorelle, ben cinque di cui uno, il citato Dado, destinato a diventare oltre che imprenditore – nel solco familiare – un noto pilota di automobili. Dado, Franca e i loro fratelli e sorelle erano figli di Ketty, donna di straordinaria forza e capace di condurre insieme famiglia e azienda nei momenti in cui le avversità le sottraevano la presenza del marito Manlio, capostipite delle gesta imprenditoriali della famiglia Andreini e protagonista dei ricordi della figlia.

È dalla figura del padre Manlio e da un ennesimo ritorno a Livorno alla vigilia della Grande Guerra (ne seguiranno molti, e altrettante partenze, nei decenni a venire) che prendono vita i passaggi più avvincenti della memoria di Franca, sollecitata all’esercizio della ricostruzione autobiografica dalla nipote Mariarita, che in una premessa al racconto della zia scrive: «Anche se ho sentito raccontare tante volte queste storie, esse suscitano in me comunque lo stesso stupore e fascino della prima volta; mi continuano a meravigliare e stupire, tanto sono piene di imprevisti. È incredibile come la storia di una vita sia risolta in una o due frasi come “fu collaborazionista e la raparono a zero” oppure “lei si rifiutò di sposarlo e lui si uccise” o “la allontanarono perché le volevano buttare il vetriolo in faccia” o “il giorno del debutto gli mancò la voce” lasciando immaginare con quelle frasi lapidarie i drammi e le sofferenze di tutta una vita».

È la potenza della memoria, quella che Franca possedeva: il ricordo che non vacilla, soprattutto nel momento in cui deve raccontare i passaggi di vita più difficili. E la famiglia Andreini ne ha conosciuti molti, con un alternarsi di grandi successi in campo industriale e di repentini rovesci, come quello che porta alla cessazione definitiva delle attività alla fine degli anni ‘60. E i lutti, come quello che si abbatte su tutti quando viene a mancare la madre, Ketty, a 42 anni. Da quel giorno Franca si carica sulle spalle non solo la famiglia, ma il concetto stesso di unità familiare. È un merito che oggi la figlia Carla, e ancora la nipote Mariarita, le riconoscono con una gratitudine infinita: «è riuscita a tenere insieme gli affetti e una famiglia che si sarebbe inevitabilmente dispersa con la tragedia della perdita della madre. Una vita dedicata a tenere fede alla promessa fatta in cuor suo, di non abbandonare i fratelli, nella piena coscienza delle rinunce che questo avrebbe comportato, la rinuncia alla propria vita. Un voto, un impegno totale e senza limiti. Penso che tutti noi dobbiamo a questa donna il senso più profondo degli affetti familiari che ci ha trasmesso e che noi siamo tenuti a trasmettere ai nostri figli».

Il Diario di Franca Andreini
 

Nella nuova casa avevamo tanti lussi per quei tempi
Il babbo repubblicano nel mirino degli squadristi, ma sempre aiutato anche dagli amici fascisti che lo stimavano

 

A Livorno andammo ad abitare alle case popolari alla stazione. Babbo riprese le sue rappresentanze, mamma andò ad insegnare per qualche tempo alla scuola Israelitica. Fu così che conobbe il prof. Funaro, ebreo, che fu il nostro pediatra, finché nel periodo delle persecuzioni non emigrò in America. Appena arrivati a Livorno, Dado ed io prendemmo la tosse canina che a quei tempi era terribile e il prof. Funaro ci curò senza volere compenso cosa della quale mamma serbò un grato ricordo.Le cose devono essersi rapidamente sistemate perché dopo una breve sosta in via del Porticciolo dove abitammo per pochissimo tempo andammo ad abitare in via Ernesto Rossi. Lì sono nati Mario e Bruno. Lì ricordo l’epidemia, la febbre spagnola, e soprattutto ricordo il periodo della Prima guerra mondiale, quando babbo era un militare e mamma faceva tutto in ufficio e da sola, con un ragazzino, faceva i pacchi da spedire ai clienti e andava a spedirli fino alla stazione.

Poi la guerra finì e babbo ricominciò a lavorare e forse per capacità nel suo lavoro, e anche un po’ di fortuna, le cose andarono sempre meglio.Mamma aveva fatto un voto che se babbo fosse tornato a casa in buona salute avrebbe fatto un altro figlio. Il 21 di giugno 1919 nacque Mario. Babbo fece un affare e portò a casa a mamma il gioiello più bello che avesse osato sperare. Era così vistoso che mamma in seguito lo fece sfare e fece fare tutte le belle cose che abbiamo poi avuto. Nonno comprò anche le macerie di un palazzo in via Giuseppe Verdi n. 20 che era stato bruciato completamente e doveva essere ricostruito. Deve essere stato un progetto molto molto azzardato comunque fece cominciare l’opera di ricostruzione. Intanto mamma era di nuovo incinta e Mario non aveva ancora nove mesi. Lei diceva che non poteva essere invece era, perché poi nacque Bruno. Mamma aveva già avuto un aborto di tre mesi in tempo di guerra così era il sesto figlio.

Era stanca di aver lavorato tanto sia per la famiglia che per il lavoro, e me la ricordo esaurita da parti, allevamenti continui, ma a quei tempi non c’erano tutti i ritrovati di oggi e quando i figli venivano, si prendevano e basta. Fu una gravidanza difficile perché dovette slattare Mario (allora si allattava fino a un anno) e il parto fu ancora più difficile, perché non era ancora finito il tempo. Ma una sera sbattè la panciona nella chiave del cassetto della scrivania dell’ufficio e il parto fu anticipato dalla rottura della placenta. Ho ancora impresso che durante la notte mamma sulla scala davanti all’armadio che riuniva le cose che sarebbero state necessarie. Si usava partorire in casa e fino allora aveva avuto un’ostetrica sola, sempre la stessa che si chiamava signora Profeti. Questa volta ci mandarono a dormire a casa di nonna Adele. Della nascita di Mario ricordo che andando a casa vedemmo che nella notte c’erano stati gravi disordini tra fascisti e comunisti, negozi devastati e tanta paura. Della nottata di Bruno ricordo i rintocchi che sentivo dell’orologio del Duomo, la paura che il bambino e la mamma fossero in pericolo. Tutto finì bene. Era il 30 dicembre 1920 ma fu denunziato come fosse nato all’una del 1921 perché dicevano farlo sembrare un anno più grande di quello che fosse in realtà, era un peccato.La costruzione del palazzo in via Verdi proseguiva e ricordo che da un preventivo da 15.000 lire che era stato fatto, fu moltiplicato e quindi grandi pensieri. Ma il lavoro di babbo doveva andare bene perché faceva fronte ai suoi impegni. La casa veniva su bene, non benissimo perché avevamo dovuto rispettare la facciata che era rimasta in piedi e l’aspetto esteriore non era come l’avevamo desiderato.

Comunque era un bel palazzo con due appartamenti a piano terra e una stanza per la portineria, poi tre appartamenti. Noi andammo ad abitare al primo piano con una bella scala sul retro che portava in giardino e per dire la verità non era un granché ma babbo poi comprò un altro pezzo del palazzo accanto al nostro. Babbo comprò pure la cantonata verso via San Carlo dove c’erano delle piccole case tugurio e lì fece costruire l’ufficio e il magazzino. Un’impresa assai ardua specie per quei tempi. Ma non ricordo effettive preoccupazioni perciò il lavoro doveva andare assai bene. Dalla nostra casa da un passaggio-veranda si andava in ufficio, e con una scala a piano terra con un ingresso sulla via Giuseppe Verdi c’era il magazzino.Andammo ad abitare in via Verdi nel settembre del 1921. Bruno aveva pochi mesi, la casa era un lungo corridoio che divideva le stanze. La porta d’ingresso a metà corridoio e di fronte una gran sala con un salottino annesso. Due bagni una grande cucina di fronte al salotto da pranzo. Babbo aveva fatto affrescare tutti i soffitti dal pittore Michelazzi. Avevamo ognuno la nostra camera da letto e tanti di quei lussi per quei tempi! Mi pare un sogno ricordare come vedevamo la nostra grande casa tutta ammobiliata a nuovo. Io ero ancora piccola, avevo 10 anni ma come ne ero orgogliosa!Babbo si occupava molto di politica ed era consigliere provinciale oltre che segretario del partito repubblicano. Così antifascista che avemmo dei veri guai. Non fu mai integrato nella politica fascista.

Ogni volta che c’era una dimostrazione doveva allontanarsi da casa per non essere preso di mira se non addirittura arrestato. Mamma viveva in perenne agitazione e il colmo fu una sera che in una perquisizione portarono una bomba nella sede del partito e babbo essendo segretario ne fu ritenuto responsabile. Avvertito in tempo riuscì a partire per Milano dove rimase una settimana senza dare notizie per prudenza finché la cosa non fu chiarita e lui fu scagionato. Ma quante ansie e preoccupazioni! Comunque babbo non ebbe mai delle serie noie. Quando davano l’olio di ricino ai dissidenti lui non fu mai fermato. Tutti lo conoscevano per un uomo giusto e onesto e pieno di amici, molti dei quali fascistoni che ne apprezzavano le doti anche se non era fascista come loro. Quando era costretto a mettere alla finestra il tricolore per qualche manifestazione era mamma che lo faceva e non lui. Una volta gli telefonarono dicendo: metta fuori una bandiera decente che quella che c’è fa schifo. Lui replicò che il tricolore non faceva mai schifo.

Queste vicende devono aver logorato i nervi di mamma che poveretta si trovava a dirigere un ufficio con tutte le preoccupazioni che deve aver comportato, una casa e dei figli che crescevano ed avevano sempre più bisogno di lei. A poco a poco si stabilì il regime fascista in maniera tale che non ci furono più quei gravi disordini e così anche i dissidenti impararono a convivere. Così fu per babbo. Ricordo che via via avvenivano delle perquisizioni ma non trovarono mai nulla di sospetto. La Voce Repubblicana che si stampava clandestinamente veniva regolarmente cucita in un piccolo cuscino che tenevo sotto i piedi per arrivare ai pedali del pianoforte. Malgrado tutti questi guai la vita scorreva e non so dove mamma trovasse il tempo e l’energia per occuparsi di tutto.

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