Gioco
È una Tosca diversa Stavolta “Vissi d’arte” seguirà la partitura scritta dal maestro
Dirigerà il viareggino Galli: nessun taglio, noi ci crediamo La regia è stata affidata al livornese Andrea Cigni
Ilaria Bonuccelli
«Mi vuoi supplice ai tuoi piedi?». Lo sguardo di Tosca è di fiamma e di gelo. Domanda feroce in chiusura del suo grido di dolore. La denuncia dello stupro che si sta per compiere. Scarpia, il barone orrendo, le alita a pochi passi. Pregusta la preda. Assapora la violenza, resa più forte dall’umiliazione. Tosca, però, prolunga l’attesa. Qualche battuta in più. Quelle che Puccini scrive nel “Vissi d’arte” e che la tradizione, di solito, omette. Di solito. Non nella produzione che va in scena da domani al 12 maggio a Genova, al teatro Carlo Felice. Il direttore d’orchestra viareggino, Valerio Galli, vuole un finale diverso per l’aria capolavoro di Tosca. «Diverso che poi vuole dire proprio come l’ha scritto Puccini nella partitura».
quel finale obliato
Di nuovo sul podio del teatro genovese - a poche settimane dal dittico toscano “Rapsodia satanica” (Mascagni” e “Gianni Schicchi” (Puccini) - Galli propone un finale “alternativo” di Vissi d’arte. Forte della voce pucciniana alla quale il maestro Riccardo Chailly ha affidato i grandi debutti della Scala: Maria Josè Siri, fino a pochi giorni fa Manon Lescaut a Milano. «Ho avanzato la proposta a Maria Josè e lei si è dimostrata entusiasta. Quindi ci siamo buttati in questa avventura. Tutta la squadra, certo. Perché un’operazione del genere funziona se tutti ci crediamo». A cominciare dal direttore artistico del teatro Carlo Felice, il livornese Giuseppe Acquaviva, ai comprimari, come l’altro toscano del cast, il tenore livornese Didier Pieri (il fido Spoletta, spione, orecchie e occhi di Scarpia). Perché può sembrare semplice toccare un capolavoro, ma spostare anche un solo accento, in realtà può creare un cataclisma. E Galli lo sa.
le battute che nessuna
quasi mai pronuncia
«La tradizione vuole - spiega - che “Vissi d’arte”, l’aria più famosa di Tosca, per il soprano, termini con una pausa dopo la frase [/SOTTOTITOLO]“perché me ne remuneri così!”... Invece Puccini nella partitura prosegue con “Risolvi?” un’altra battuta pronunciata da Scarpia e con la frase “Mi vuoi supplice ai tuoi piedi?” di nuovo pronunciata da Floria Tosca. Ora sappiamo che Puccini mise molte volte mani a questa opera e che a lungo non era stato convinto della drammaturgia dell’aria del soprano. Ma questa frase - “Mi vuoi supplice ai tuoi piedi” - non l’ha mai toccata, mai messa in discussione. L’ha sempre lasciata. Quindi noi la restituiamo al finale di “Vissi d’arte”, senza pausa. Se Puccini così l’ha scritta c’è una ragione». Certo - prosegue il maestro Galli - per avere l’effetto voluto (sottolineare l’umiliazione di Tosca, l’oltraggio oltre alla violenza, la rabbia della donna che subisce un sopruso nel sopruso) - fondamentale è l’esecuzione. «Il nuovo finale “collegato” senza interruzione con due battute attaccate all’aria “Vissi d’arte” - insiste il direttore d’orchestra - a mio avviso è più efficace. Esalta la protesta di Tosca, costretta a cedere alla violenza del barone per salvare la vita al suo compagno. Perciò la frase in più deve essere pronunciata da un grandissimo soprano». Che esalti anche la capacità di Puccini - aggiunge il regista dell’opera, Andrea Cigni - di comporre «con un concetto di grande avanguardia, come fosse la colonna sonora di un film». A sottolineare questo concetto arriva la regia di questo artista livornese (cresciuto a Castiglioncello), alla sua seconda Tosca dopo quella diretta a Minneapolis.
la macchina da presa
ci trascinerÀ
Quella di Genova è una Tosca ottocentesca, per certi versi tradizionali se non fosse che lo spettatore viene catapultato in una pellicola cinematografica. Attenzione, però. Non siamo al cinema, siamo a teatro: «Sfruttiamo il concetto della macchina da presa - evidenzia Cigni - per guidare lo spettatore a focalizzare l’attenzione su quello che noi vogliamo. Una visione guidata dell’opera: lui in platea, la scena sul palco, con Tosca attrice, almeno nel primo e nel secondo atto. Fino al momento della fucilazione di Mario Cavaradossi. Quando all’improvviso diventa narratrice della vicenda». Scende dal palco, esce dalla scena, si fonde e si confonde con gli spettatori, in platea. Condivide narrazione e punto di vista dell’esecuzione del “suo” Mario che, per qualche minuto, diventa “nostro”, collettivo. Ma solo fino al momento del dramma finale. Quando, impellente, Tosca, richiamata dal destino, torna sul palco. Per uccidersi, gettandosi da Castel Sant’Angelo. Non più spettatrice, ma di nuovo protagonista. Perché non sempre ogni dramma è un falso. Neppure nella lirica. —
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