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Leg(g)ende pisane

Cattedrali unite dal fuoco: anche a Pisa il tragico incendio scaturì dal cantiere

Sergio Costanzo
Cattedrali unite dal fuoco: anche a Pisa il tragico incendio scaturì dal cantiere

Come Notre Dame: nella notte tra il 24 e il 25 ottobre del 1595 il rogo divampò dalle braci dei caldani usate per saldare le travi 

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PISA. Le immagini della Cattedrale di Notre Dame di Parigi, avvolta dalle fiamme, sono ancora impresse nei nostri occhi. Il fuoco, il fumo, non solo hanno acceso le secolari capriate, ma anche insensati dibattiti e frettolose sentenze. Avevo visitato la cattedrale un mese fa e ci avevo pure corso intorno, ed è ovvio che mi dispiaccia. Però, personalmente, non ho mai apprezzato troppo quella chiesa, non apprezzo il gotico flamboyant fatto di guglie e gargoyle, gargolla in italiano (che poi sono i terminali delle gronde), e mi tengo caro il mio rude e solido romanico pisano. Notre Dame sembra che sia lì da tempo immemore, che sia sempre stata come il fuoco l’ha trovata e se ne disconosce la vera storia. E invece.

Dopo la rivoluzione francese, che la sconsacrò, e la trasformò nel tempio della ragione, la cattedrale era praticamente ridotta a un cumulo di macerie. Henry de Saint Simon tentò di acquistarla per demolirla completamente. Ma, un tipo abile con la penna tal Victor Hugo, pubblicando il suo magistrale romanzo storico riuscì a far percepire quanto valore, quanta memoria e quanto simbolismo celasse quello scrigno deturpato. Dopo l’uscita del romanzo (leggetelo!!!), nel 1842, lo stesso Hugo fu il firmatario di una petizione che richiedeva fondi per i restauri. Il ministero degli affari religiosi accolse l’istanza e furono avviati i lavori di restauro che ci hanno consegnato la Notre Dame che noi abbiamo conosciuto. Anche la guglia, quella crollata giorni fa, era stata edificata solo dopo il 1860. Oggi tutti invocano la doverosa ricostruzione, perché la Francia ha perso un simbolo. Già il simbolo, la manifestazione palese della grandezza, della potenza e della gloria di Dio e della Francia.

Ma Pisa non fu da meno, anzi. Cento anni prima della chiesa francese si dette via al cantiere della nostra Cattedrale, la più grande chiesa che il mondo avesse mai visto fino ad allora. E purtroppo per un problema forse analogo a quello che ha innescato l’incendio a Parigi, anche la nostra amata chiesa fu distrutta da un incendio. Come sappiamo, la copertura del Duomo è di piombo e alla fine del XVI secolo fu deciso di saldare nuove lamine “acciocché l'acqua piovana, passando drento per que' buchi, non infradiciassi le travi e palchi”. Le saldature delle lastre venivano fatte a fuoco e pare che durante il lavoro, uno di quei caldani con le braci, si fosse rovesciato. Tutto era stato raccolto e sistemato, o quasi. Nella notte fra il 24 e il 25 ottobre del 1595, un carbone caduto dal cardano di messer Giovandomenico da Milano, finì non visto su un trave. Il turno di lavoro era terminato e “a buio” fu visto sgorgare fuoco dal tetto. Le fiamme divamparono proprio sopra l’ingresso principale, aggredendo la prima capriata. Il popolo accorse, cittadini e canonici dalle porte dei transetti cominciarono a mettere in salvo i tesori e gli arredi. Il piombo del tetto si fuse e cadde come pioggia ardente disgregando dipinti, sculture e le stesse pietre. Una memoria coeva, se pur anonima, testimonia che “Intanto il popolo sollevatosi, da tutte le strade correva al Duomo; corsonvi ancora le guardie del fuoco e non potendo entrar dentro non sapevano che farsi, spaventati ancora dalla terribil furia dell'incendio”. Il fuoco si mangiò tutto il tetto lasciando in piedi la facciata e risparmiando la parte absidale e i transetti. Sempre secondo le cronache “era quella chiesa dentro come una grandissima fornace di fuoco, anzi come un orribilissimo Mongibello” (Monte Gebel in arabo l’Etna). Poco rimase, ma il quadro raffigurante la Madonna di sotto gli organi si salvò miracolosamente dalle fiamme. Quello stesso dipinto, un simbolo, era stato portato in processione allorché Pisa, liberatasi dal giogo fiorentino nel 1494 aveva organizzato veglie di ringraziamento. Il vescovo Dal Pozzo si dannò l’anima per avviare i restauri e famosa ci resta l’omonima cappella in Camposanto dove ancora oggi sono conservati molti tesori della Cattedrale. Il simbolo è ciò che ci unisce, con tutto il suo senso esoterico ed essoterico, ma il simbolo va conosciuto, studiato e fatto proprio, sennò domani, a Parigi come a Pisa, bruciato un tetto, se ne fa un altro. —




 

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